rad4Mancano due centesimi. Ha conteggiato male i buoni.

 

L’ossessione dell’avaro. Un universo di “rischi”. Il terrore di perdere e perderci. In un certo senso anche perdersi. La paura di un incontro. Il timore che si traduca nella tortura del pagamento. Qualsiasi pagamento. La vita come un inferno da combattere alla stregua di una piovra dai mille tentacoli che avviluppano e avvelenano. Un tirchio quasi perfetto di Fred Cavayé è l’ultima commedia con Dany Boon, al quale dobbiamo i sorrisi spensierati legati a Supercondriaco, Un piano perfetto e Benvenuti al Sud. Stavolta le risate sono più contenute perché il tema che, sulle prime, mette decisamente allegria viene invece sviluppato dal suo lato più inquietante e serio. Nulla di drammatico, s’intende. Ma l’ironia provocata da Dany Boon nei panni di un tipo decisamente spilorcio fino all’esasperazione è di quelle che lasciano l’amaro in bocca. Il motivo è presto detto. Sull’avarizia si possono sfruttare infiniti spunti comici, però il retrogusto risulta inquietante se osservato dal lato psicologico, quindi nient’affatto satirico.

rad1François Gautier (Dany Boon) vive solo, coniugato con la propria tirchieria. Segregato nell’incubo di sciupare il benché minimo doblone. È un violinista apprezzato, ma tutto passa in second’ordine davanti al dio denaro. A salvarlo saranno due donne, entrambe spuntate dal nulla. La prima è la figlia che il virtuoso non sapeva di avere, nata da un rapporto protetto da un profilattico scaduto. Per informazioni, rivolgersi sempre al suddetto braccino corto. La seconda è una collega che – ricambiata – s’innamora di lui. La relazione non si rivela semplice perché un amore comporta anche spese finanziarie e l’arcigno Gautier non ne vuole proprio sapere, arrivando al punto di inscenare un’emergenza pubblica pur di non dover pagare il conto del ristorante. Il volto triste nasconde invece il suo ruolo di padre. La ragazza si presenta alla porta di casa per soggiornare dal genitore, sostenendo di lavorare in ospedale. Si tratta di una pietosa bugia perché in realtà la fanciulla è malata e deve subire continue trasfusioni. Tra equivoci e dissidi, la verità verrà a galla e il perfido Radin! – questo il titolo originale, che significa “avaro” – finirà per donare sangue alla figlia. Il dono forse supremo della linfa vitale come suggello a una malattia forse debellata.

rad3Il film di Cavayé viaggia al confine tra lo scanzonato di taluni frangenti e il tono drammatico di situazioni leggere solo all’apparenza. Il risvolto e il retrogusto tragico sono visibili a occhio nudo e il tema di un’avarizia che si trasforma in infelicità, anche da parte di chi la vive in prima persona, viene messa in parallelo con una forma di malattia. Come la figlia cura il padre da questa patologia dell’anima e del carattere, egli la guarirà dalla propria sofferenza fisica. Il sangue come denominatore comune multiplo. È il vincolo che lega Gautier alla “sconosciuta”, appunto sangue del suo sangue, ed è al tempo stesso anche la sede dell’avarizia del protagonista e il tallone d’Achille della giovane. Si scende dunque nelle viscere del corpo umano collocando un difetto caratteriale che contamina la psicologia del protagonista nella radice vitale dell’organismo. Senza il plasma nessuno può sopravvivere al punto che, proverbialmente, avere qualcosa nel sangue equivale ad averlo come bagaglio nel più intimo della propria natura. La guarigione della figlia lascerebbe presumere un miglioramento anche nella patologia paterna, che tuttavia necessita di cure anche dalla collega innamorata. L’avaro insomma dovrebbe tendere a liberarsi del proprio pesante fardello, ma questo Cavayé non lo dice. È sufficiente rappresentare il tragico mondo dell’avarizia e quanto esso produce a livello di riscontro nell’altrui comportamento. Etichette che si stropicciano improvvisamente prima che quell’odiato e detestato Tirchio quasi perfetto finisca per essere quello che davvero egli è. Un uomo.

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