diriErano i primi anni Sessanta quando il tenente colonnello John Glenn – un passato di guerra in Corea e, prima ancora, nel secondo conflitto mondiale – entra nel cosmo e diventa il primo americano a compiere tre orbite intorno alla terra, eguagliando il nemico sovietico Juri Gagarin. La sfida del cosmo era cominciata, ma se l’astronauta statunitense riuscì nella sua impresa, il merito va anche ascritto a tre donne matematiche, in servizio alla Nasa in quegli anni. Katherine Johnson. Dorothy Vaughan. Mary Jackson. Questi i nomi di una vicenda che non ha nulla di inventato. E poco importa se la prima ebbe una parte più importante e decisiva delle altre due colleghe. Molto importa invece che un donna nera, negli anni precedenti alla lotta per i diritti civili, ce l’aveva fatta. E aveva dato il suo contributo per una missione all’apparenza impossibile. Il diritto di contare di Theodore Melfi ricostruisce quella temperie sociale e scientifica restituendo un’immagine non convenzionale della minoranza che allora negli States era sottoposta a una discriminazione capace di alimentare proteste e violenti scontri. Verbali e di piazza. Restituì leader autorevoli, ai quali il cinema ha fornito il suo tributo. Martin Luther King e Malcolm X sono i più celebri, seppure con caratteristiche opposte e filosofie diverse. Ancora recentemente, il documentario I am not your negro di James Baldwin ricostruisce quella drammatica contrapposizione razziale a tinte talmente forti da sfiorare l’esagerazione in senso contrario.

Il film di Melfi, come anticipato, cammina controcorrente. Non più il nero, vittima dei pregiudizi, ma l’elemento capace di dare qualcosa in più. Una dimensione che acquisisce maggior rilievo se attribuita a una donna, all’epoca anch’essa bersaglio di odiose emarginazioni. Narrare per immagini il buono di ciò che esiste al mondo è però impopolare, al punto che Il diritto di contare, benché candidato all’Oscar in tre diverse sezioni – miglior film, attrice non protagonista e sceneggiatura non originale – è scivolato nel disinteresse generale. Colpa di manovre politiche alle quali Hollywood non è purtroppo estranea. Ed è un peccato perché quest’opera, pur non essendo un capolavoro della Settima arte, è pur sempre godibile e ha l’indiscutibile merito di mostrare anche il lato meno oscuro della medaglia. Non soltanto i repressi e i tartassati. I ghetti o i disperati. Ma coloro che in anni difficili hanno avuto la costanza e il pregio di non desistere né arrendersi. E non è un caso se Katherine Johnson (Taraji Henson) ce l’ha fatta oltre che da un punto di vista professionale, anche come donna. Desiderata e desiderabile. A corteggiarla è Jim Johnson, interpretato da Mahershala Ali, che a Los Angeles ha trionfato per la propria partecipazione in Moonlight dove altri non era se non uno spacciatore, seppur dall’animo buono. Un incrocio sorprendente se si pensa che anche Janelle Monàe è presente in entrambi i film come compagna del pusher in un caso e scienziata nell’altro. Entrambi, passati inosservati in quest’opera di Theodore Melfi si sono ritagliati invece la celebrità nel film del semi esordiente Barry Jenkins. Pluripremiato per antipatia alla Casa Bianca.

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Il diritto di contare è una storia vera a lieto fine che tuttavia introduce un altro protagonista, al quale le scoperte astronomiche devono moltissimo, se non tutto. John Glenn, cattolico e massone, è stato un personaggio popolarissimo nell’America del dopoguerra. Oltre ad essere stato il primo astronauta ad essere spedito nello spazio è stato anche il più anziano e l’unico a tornarvi, a bordo di uno shuttle, nel novembre 1998 alla bell’età di 77 anni suonati. La sua missione era sperimentare le conseguenze di una spedizione spaziale su un organismo in anni avanzati. Andò benissimo, ma la Nasa fece i conti senza l’oste, cioè senza sapere che il destino di Glenn era ancora lunghissimo e il celebre astronauta sarebbe morto 95enne solo nel dicembre 2016, diciotto anni dopo quel senile ritorno nel cosmo. Ma Glenn non fu soltanto questo. Legato a doppio filo alla corrente dei Kennedy e al partito democratico, ricoprì la carica di senatore dell’Ohio per oltre un quarto di secolo, dal 24 dicembre 1974 al 6 gennaio 1999. In sostanza fu anche il primo – e fino adesso unico – politico americano spedito nello spazio mentre era in carica. Tutto questo non viene a galla ne Il diritto di contare che non è una biografia di Glenn, ma va spiegato perché si comprenda la ragione di una scelta che non deve sorprendere anche se la parola astronauta – al di qua dell’oceano – fa rima con Neil Armstrong. Colui che compì un”piccolo passo per l’uomo e un grande passo per l’umanità” calpestando per primo il suolo lunare. Nato nove anni dopo Glenn è morto quattro anni prima e non è stato il pioniere del cosmo, ma di un pianeta. Glenn per parte sua non è alla prima apparizione sul grande schermo, sebbene dietro la fisionomia di altri attori come nel film di Melfi dove è interpretato – nomen omen – da Glen Powell (già visto in Fast food nation e Tutti vogliono qualcosa, entrambi di Richard Linklater). Nel 1983 fu Ed Harris (noto per A beautiful mind di Ron Howard) a vestirne i panni in Uomini veri di Philip Kaufman che racconta l’evoluzione tecnologica della Nasa e la conquista dello spazio.

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