elle1“Ti ho ucciso dicendoti semplicemente: Vengo a trovarti”

 

Ombre di vita riflesse nella luce delle maschere. Ambiguità di un doppio se stesso che si specchia nella duplice copia dell’altro. Volti presentabili nascondono perversioni. Immagini dell’incubo. Angoscia da torturati di una psiche fatta a pezzi da un videogioco che mastica realtà. La paura della vittima. Ma ognuno è vittima. Elle di Paul Verhoeven – indimenticata firma di Basic istinctStarship troopers – è un film drammatico con toni thriller tra psicologie a prova di trattamento sanitario obbligatorio. Follia lucida, con contorno di sesso e coltello. Un brivido che corre lungo la schiena e tanta simulazione. Anzi, forse tutta. Proprio per quell’equivocità accennata in apertura, il lato nobile – o forse normale – viene ad alternarsi a quello in preda alla pazzia, in una giostra dove ogni personaggio passa con totale disinvoltura da sanità ad alterità che, spesso e volentieri, superano la realtà e oppongono allo spettatore il gusto perverso del paradosso. Ne esce il quadretto della violentata che pasteggia amabilmente con il suo stupratore. Il ventenne obnubilato convinto di essere il padre di un bambino nero che la compagna gli fa credere essere il frutto di un’unione tra due bianchi doc. E crederle. Le rivali in amore che trovano accordi e rimedi a corna spudorate tra i vialetti di un cimitero.

Michéle (Isabelle Huppert) gestisce un’azienda di videogioco con un piglio aggressivo e autoritario che la mette in pessima luce davanti a tutti i collaboratori. L’odio le deriva anche da un passato demoniaco che si trascina da quando era bambina e fu complice degli omicidi del padre. Massacrò alcuni bambini dopo anni da genitore e insegnante modello. Mentre l’uomo venne condannato all’ergastolo, Michéle se la cavò perché al di sotto dell’età imputabile. Un giorno la donna viene aggredita da uno sconosciuto che abusa di lei e la spia, senza lasciarle tregua e ripresentandosi in tuta mascherata sempre per abusare del suo corpo. Più che terrore, le aggressioni provocano in lei voglia di vendetta e rivalsa che non si riduce alla denuncia alle autorità, detestate fin dai tempi della controversa fanciullezza. Quindi si arrangia da sola e scopre il colpevole di quei soprusi fisici, instaurando con lui un gioco talmente perverso da soddisfare la propria fame di giustizia fatta in casa. Chi crede di trovarsi di fronte a una sorta di giallo femminista si sbaglia di grosso. Michéle uccide senza…uccidere. Crea le premesse perché in fondo accada in modo scontato ciò che deve accadere per sua naturale evoluzione. Elle non vuole compiacere agli appassionati del mistero ma affronta un tema – la follia e l’ambiguità – creando una galleria di personaggi con il denominatore comune di una doppiezza che mostra demoniache inquietudini e virtù esemplari.

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Nessuno si sottrae a questa regola che porta Verhoeven lontanissimo dalla fantascienza a lui tanto cara, spingendolo invece sulle sponde di un sesso che non confina con l’amore ma con la perversione. Sadismo e omicidio. Sberle e violenza. Insomma, sangue in ogni sua declinazione. Perfino in quella della bontà. Perché gli attori di questo dramma non sono mai completamente buoni, neppure quando vorrebbero sembrarlo. E così Michéle è la donna affermata che ha successo negli affari, ma nasconde un passato turpe mai completamente metabolizzato. Un difetto di fabbrica che emerge nella fase della vendetta contro il suo aggressore al quale verrà imposto un pedaggio psicologico prima che fisico. Quest’ultimo, dal canto suo, interpretato da Laurent Laffitte della Comèdie Français, ha il volto buono del maritino perfetto e del cittadino esemplare. Si trasforma perché trova conforto soltanto nell’appagamento fisico che deriva da un amplesso purché condito da violenza. Per questo si sottrae alle grinfie della gentil consorte che non può maltrattare. La sua compagna (Virginie Efira già vista in 20 anni di meno) è donna di charme insipido che cerca nel bigottismo di una religione – sgradita all’ateo Verhoeven – la fuga da un realtà, all’apparenza poco compatibile con lei. Doppia faccia anche per la madre di Michéle, moglie tollerante e capace di perdono verso un marito orco e al tempo stesso dedita a fidanzati e toy boy di dubbio gusto ed educazione. Il padre mostro era invece l’uomo ideale che ogni donna vorrebbe. Insegnante apprezzato e mite verso i bambini. Scrupoloso e religioso da segnarsi ogni volta al passaggio di un piccino. Poi la svolta. Un genitore lo rimprovera e il santo diventa un aguzzino. La doppiezza del figlio di Michéle è quella che divide un idiota da un genitore ricco d’amore per la propria prole. Ma cieco al punto da non capire di essere stato imbrogliato dalla maledetta che tiene sotto scacco quel partner senza materia grigia anche se di buon cuore. L’ex marito di Michéle è uno scrittore ambizioso e un amante sconfitto. Un uomo senza presente né futuro. Come l’amante, Richard, tenuto in pugno da Michéle finché non decide di cancellare con un colpo di spugna le menzogne di una vita. Denunciare e denunciarsi. Spezzare vite e sentimenti.

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In fondo poco importa che questi equilibri siano ribaltati. I vivi muoiano e i morti risorgano. Ma soltanto nel ricordo sbiadito di chi li ha odiati. In Elle c’è un pizzico di questa società che mette in vetrina pazzi furiosi in doppiopetto e violentatori con il gatto a nove code nel taschino. Visi d’angelo dalle smorfie demoniache. Il trionfo di un fiducia crollata e crollabile. Guai averne. Di nessuno sembra possibile e plausibile fidarsi. Follia e inappuntabile normalità convivono come due matti in un talamo omosex. Un dettaglio non trascurato di cui il film non aveva bisogno in quanto totalmente avulso dal contesto, ma al quale Verhoeven non rinuncia perché va di moda e così fan tutti. È il compromesso che non vorremmo ma anche questo è il terzo millennio. Fatto di iperbole. E  paradossi regalati dal film – ironicamente – tra le righe di una satira che dovrebbe invece far piangere, se davvero siamo ridotti a pranzare tra i sorrisi con i violentatori di turno. Film francese uguale garanzia di classe. Elle non fa eccezione e perfino chi ha paura di uno stupratore che entra dalla finestra, una volta passato il sussulto, potrà accettare l’ironia pepata di una società a due facce. Nella quale viviamo mostrando il lato del santo. E quello del mostro.

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