ven1Doveva essere una rapina come tante. Poi, come tante, è degenerata. Ma gli effetti non finiscono con la solita beffa dei banditi che se la svignano e il palo – in attesa nell’auto pronto per la fuga con il bottino – che si ritrova invece in manette con un bel pacchetto di otto anni sul groppone. Questo è soltanto il prologo. E, se a raccontarlo è uno spagnolo al cinema, il risultato è di quelli con un impatto tutt’altro che trascurabile. Colori e atmosfere sanno di violenza. Ed esplode repentina, benché lungamente meditata. È il mistero dell’uomo tranquillo, il mite che si trasforma. L’acqua cheta. Una leggenda metropolitana che smette di essere tale ed esibisce conti da pagare. Non c’è follia nell’orizzonte di questa Madrid dalle tinte desertiche del disagio e dell’abbandono. Della solitudine e dell’ira. Dove, più che i personaggi, abita la loro rivalsa verso il mondo che li ha spinti ai margini e li ha dimenticati lì.

La vendetta di un uomo tranquillo di Raùl Arèvalo avrebbe dovuto intitolarsi semplicemente “Agosto”. Poi la produzione iberica ha optato per Tarde para la ira, tradotto nel solito modo scriteriato che altera completamente le volontà degli autori, pur lasciando – fortunatamente inalterato, in questo caso – il senso della trama. Detto del prologo che rappresenta la ragione e la causa dell’odio, il film racconta la genesi di uno sterminio. Josè è un uomo composto e misurato, ma dopo quell’assalto alla gioielleria di famiglia, si ritrova ad assistere il padre, rimasto in stato vegetativo per essere stato travolto dalla furia dei delinquenti. Gli stessi che hanno provocato la morte della fidanzata con cui avrebbe dovuto sposarsi di lì a poco e anch’essa impiegata nello stesso negozio. La reazione prende corpo lentamente. José riesce a entrare nelle grazie di Ana, fidanzata dell’unico bandito incriminato, che – a prezzo di un silenzio incrollabile – ha salvato il futuro dei suoi complici. La vita esige un saldo dei conti in sospeso. Lo sanno tutti tranne Curro, l’unico punito dalla legge per quell’assalto. Quando esce vuole costruire un futuro con la donna che ama, sedotta invece da quell’uomo tranquillo, icona del perfetto padre di una famiglia mai nata.

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Nella piega della calma apparente di un fio pagato con la giustizia ma non con gli uomini, inizia il delirio dell’atroce vendetta. Josè non perdona e non vuol saperne di rubare l’anima gemella a Curro come quest’ultimo crede di intuire. Vuole altro. I nomi di quelli che uccisero la sua ragazza e spedirono suo padre in fin di vita. Si fa accompagnare da loro. Scopre che tutti, in un modo o nell’altro, hanno imboccato strade diverse. Chi nel pugilato, chi invece in una tranquilla dimensione familiare con una moglie in dolce attesa, che ignora il poco lusinghiero passato del maritino dalla faccia pulita e uno ieri lurido. Josè non si lascia intenerire. I suoi defunti non hanno voce ma giorni abortiti all’improvviso. In quell’assalto. E si vendica. Senza pietà. Per poi riconsegnare Curro alla fidanzata che lui ha perduto anche a causa di quello sconosciuto. Amore e odio, insomma, i temi più evidenti ma ciò che distingue questo film dagli altri dello stesso genere è la chiave in cui essi vengono trattati. Il sentimento è collaterale, ma se non ci fosse, non si spiegherebbe la violenza con cui si compie la sospirata vendetta. Il cuore non pulsa. La mente resta lucida. Tutto appare come un gioco ad incastro in cui ogni sensazione non è uguale a se stessa, ma serve a far risaltare il proprio contrario. L’odio non è sterile ma diventa il pagamento di un debito che la giustizia non è capace di esigere. E le vite soffocate riprendono a urlare. A pretendere di valere. A non essere sepolte nel silenzio. E a riprendere inutilmente corpo nei colpi di un fucile che spara ma non ottiene – curiosamente – la giustizia voluta. Cancella delinquenti e forse restituisce una repressa soddisfazione al giustiziere ma non risolve. I conti restano in sospeso. E questo è forse il messaggio nascosto. Arèvalo si serve della violenza per mostrare come essa si riveli inutile per regolare le ingiustizie degli uomini.

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“Amarezza e ira sono una parte importante dei nostri giorni” ha commentato il giovane cineasta che – con quest’opera – giunge alla sua prima regia, dopo essersi rivelato come uno degli attori spagnoli di maggior carisma della nuova generazione. Già visto in Balada triste de trompeta di Alex de la Iglesia, surreale ma apprezzabilissima opera mai arrivata in Italia che fa riferimento alla dittatura franchista, Arèvalo è apparso tra gli altri anche in Che – Guerriglia di Steven Soderbergh, il recente La Isla minima di Alberto Rodriguez e Gli amanti passeggeri di Almodòvar. Il film, presentato alla Mostra di Venezia 2016 dove è stato accolto con otto minuti di applausi, è ben costruito e offre una buona distribuzione di tensione e suspense, ma non è certo tra i titoli più adatti per chi si lascia suggestionare dalla rappresentazione della violenza. Se l’odio e l’ira sono descritti con grande abilità, resta da sottolineare il ridotto spessore di una trama che rischia di risultare debole, circoscrivendosi alla pur motivata voglia insaziabile di vendetta da parte dell'”uomo tranquillo”.

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