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Una vera nel posacenere. E la moglie in vestaglia e bigodini restò sola. Nuove vite in casa propria e nuove vite oltre confine. Wikström, finlandese doc, fa il rappresentante di camicie e se la vede con la crisi. Vuol abbandonare anche il lavoro e dedicarsi ad altro. Si confronta con una cliente e scopre – dietro una glaciale freddezza – il desiderio di evasione. Il trasferimento imminente nel Messico. L’addio. Immigrazione ed emigrazione si accavallano in un’alternanza di profumi e odori. Accenti e sotterfugi. L’altro volto della speranza di Aki Kaurismäki tratta il tema della clandestinità con l’ironia surreale e il disincanto tipici del suo modo di raccontare per mezzo del paradosso. E infatti Khaled è un siriano che arriva nella terra promessa dalla quale i suoi abitanti vogliono invece fuggire. L’irregolarità del suo arrivo è un peccato da lavare nel sangue, inevitabilmente opera di farneticanti xenofobi incapaci di distinguere un ebreo da un arabo. E tanto meno sapere che cosa entrambi rappresentino. È vita tra le pieghe del destino che nondimeno diventa ironicamente surreale. Come le visite dei controlli fiscali e della polizia a caccia di lavoratori fuori dalle norme. Ma anche ciò che dovrebbe mettere paura diventa un siparietto goffo con il siriano chiuso in un gabinetto con il cane in braccio per fuggire gli ispettori. Siamo in un ristorante triste e senza clienti “La pinta dorata” che non può permettersi sanzioni perché è in difficoltà già a pagare gli stipendi dei tre impiegati.

Wikström non ha altro modo di riciclarsi. Dalle camicie al cibo, ma la musica non cambia. Crisi è e crisi resta. La soluzione ha il sapore dell’imbroglio cucinato con le spezie orientali. La pinta diventa un sushi e il gioco è fatto. Ciò che va di moda attira, sempre all’insegna dell’esterofilia. Kaurismäki la tratta a modo suo. Vestendo alla giapponese i finlandesi e il siriano. Preparando i bocconcini di pesce crude con le sardine tipiche del profondo nord, perché anche lì, a dispetto di un mondo capovolto, sono tutti immigrati e tutti clandestini. Anche coloro che ci sono nati e vissuti da sempre. Così almeno appare un mestierante che s’improvvisa gestore, passando dalla moda alla ristorazione. E tale appare pure il cuoco, come la cameriera. E sorprendentemente perfino il siriano, l’unico a riciclarsi sotto vesti straniere, dopo un diverbio con Wikström, quasi a voler ricordare che nel mondo dell’economia in crisi tutti sono precari e tutti clandestini. L’altro volto della speranza è un film di garbo infinito dove si sorride su temi amarissimi che ci mostrano come spesso la legislazione e i regolamenti siano aggirabili anche dalla solidarietà incontrata per via. Khaled, sfuggito a un foglio di via obbligatorio e intrufolatosi nel sottobosco finlandese riesce a ricongiungersi perfino con sua sorella, partita con lui da una Siria devastata, ma poi persa per strada tra mille peripezie.

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Il lato surreale dell’emigrazione brilla proprio in chiave sociale. Il teorema – o meglio la ricetta – di Kaurismäki è semplice. Se tutti vivessimo con maggior disincanto anche i nuovi arrivi nei nostri confini forse ne guadagneremmo. Il quesito irrisolto però riguarda l’atteggiamento di questi cosiddetti emigranti della disperazione. Khaled non si arrende al diktat delle autorità ma trova il modo di farla in barba ad esse. Il regista si sforza di mostrare la debolezza dell’atteggiamento europeo che definisce i profughi come vittime meritevoli di pietà o arroganti clandestini da temere perché il rischio è perdere casa e lavoro. È la lunga e atavica storia del pregiudizio  che tenta di vedere sempre ciò che è peggiore e deteriore arricchito di una patologica dietrologia. Ma, prima di tanti altri, Kaurismãki conosce la difficoltà di questo messaggio, incomprensibile ai più. Come appare altrettanto complesso convincere o invitare a vivere senza l’ombra angosciante dei preconcetti. E allora l’unica eredità è una storia onesta. Veritiera anche se paradossale. Venata di malinconia, ma capace di far sorridere. Il gusto del paradosso che accompagna le vite insignificanti senza che spesso nessuno se ne accorga.

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