crimi1Saresti capace di amare il mio doppio…

 

Viaggio nell’universo psicologico di una coppia sgangherata come tutte. Un braccio di ferro psichico, quasi psichiatrico, perché se ha ragione Roman Polanski a sostenere che “ogni relazione tra uomo e donna – anche la più armoniosa – ha in sé il germe della farsa o della tragedia” Piccoli crimini coniugali di Alex Infascelli è la dimostrazione del teorema. Dramma a due attori – Sergio Castellitto e Margherita Buy – si svolge interamente all’interno dell’appartamento  dove Elia, uno scrittore di gialli di successo, torna accompagnato dalla moglie dopo alcuni giorni in ospedale dove era stato ricoverato in seguito alle conseguenze di un incidente domestico. L’uomo ha perso la memoria, ragiona ma non ricorda e, sulle prime, è perfino incapace di riconoscere nella donna che lo accompagna la persona che ha sposato. Man mano che le parole e i racconti prendono quota il protagonista ricompone i pezzi del mosaico della sua vita con una lucidità che gli permette di individuare perfino i punti dove vacilla il discorso della Buy che resta senza nome per l’intera durata di questa sorta di confronto all’americana sul matrimonio e dintorni. Esce il peggio dell’uno e dell’altra in una sfida che si conclude senza vinti né vincitori. L’aggressività corporea di lui si rispecchia nel sottile e psicologico tentativo di lei di plasmare, sul livello zero della memoria offesa, un uomo privo dei difetti di quel marito prima dell’incidente. La violenza fisica davanti alla subliminale violenza mentale di snaturare l’altro nella speranza di armonizzarlo maggiormente al proprio carattere. Una competizione in cui nessuno prevale, se non l’evidenza di quanto si riveli impossibile ogni sforzo di alterare il prossimo, perfino quando l’intento non abbia doppi scopi.

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Film claustrofobico con illustri precedenti, a partire proprio dallo stesso Polanski che nella sua filmografia ha ripetutamente affrontato il tema della coppia e in Carnage ne ha contrapposte addirittura due per continuare con Dobbiamo parlare di Sergio Rubini, Piccoli crimini coniugali mostra una varietà di temi che si spingono dalla mancata reciproca attrazione intellettuale all’intolleranza caratteriale. Dalla differenza di gusti e passioni alle strategie per soggiogare l’altro attraverso meccanismi razionali – o irrazionali a seconda dei punti di vista – e perfino alle dinamiche che consentono lunghi legami nonostante le incompatibilità momentanee o permanenti. Ne esce un quadro inquietante dal quale nessuna unione coniugale sembra potersi salvare al punto che il caso individuale viene generalizzato in un contesto a cui nessuno può sottrarsi. E la coppia viene inquadrata in una dimensione di belligeranza permanente che si perpetua con il tentativo patologico e crudele di allevare un’eventuale prole a propria immagine e somiglianza per iterare questa predisposizione al conflitto intersessuale e interpersonale. Dentro e fuori dalla coppia stessa. “Ecco la coppia: due assassini che si accaniscono sugli altri – i figli – prima di infierire su loro stessi. Vince chi sotterra l’altro”. I protagonisti del film di Infascelli non hanno figli e quindi non riescono ad essere la dimostrazione concreta di questo postulato, ma il dubbio resta. E lo scontro non si combatte con le armi classiche ma con quelle psicologiche di gesti. Parole. Trucchi. Mezzucci. In un braccio di ferro che alterna un brindisi a sguardi corrucciati. Uno spintone a un ammiccamento subliminale. Fino al tentativo sempre poi abortito di andarsene di casa per sempre. E il mistero di un amore strozzato sta proprio in quell’accenno di addio che non riesce mai a risolversi del tutto.

Piccoli crimini coniugali

Nelle schermaglie, non sempre e soltanto a colpi di fioretto, entrano strategie afferenti alla psiche e alla manipolazione del carattere. Cercando di “riplasmare” suo marito in quello che egli è stato solo parzialmente la donna non si domanda se poi si scoprisse capace di amarlo ugualmente trovandosi di fronte una persona diversa. “Sarei il mio doppio – dice lui – Sapresti amarmi ugualmente…” Dall’attrito dialettico non restano estranee neppure le capacità professionali. Elia-Castellitto attacca la sua compagna che critica e sottovaluta il valore dei suoi libri. Si domanda come possa stimarlo e come possa nutrire sentimento per un uomo di cui non apprezza il valore culturale e intellettuale. Si sente rispondere che l’amore è per la persona, non per ciò che scrive. Un rebus incomprensibile e indecifrabile dal quale si stenta a uscire. Infatti i contendenti non riescono a varcare la soglia di quella casa che si trasforma all’improvviso nel terreno di battaglia di due coniugi che trovano lo spazio e il tempo per dirsi ciò che mai avevano avuto il coraggio di rinfacciarsi. Ma l’appartamento resta un labirinto dove tutto si perde e nulla si risolve. Buy e Castellitto restano nella prigione dorata dei loro sentimenti. Ostaggi di se stessi e di quella relazione che si chiama matrimonio. Piccoli crimini coniugali è tratto dall’opera di Eric-Emmanuel Schmitt che porta lo stesso titolo. Il tema principale sul quale ruota l’intera narrazione riguarda la verità che non risulta mai essere quella che sembra. Ma, in fondo, il concetto sbiadisce nel film. È tutto molto chiaro e le tensioni sono la dimostrazione concreta di quel teorema pessimista in cui anche tra moglie e marito debba sempre esserci qualcuno che vince, nell’incapacità di apprezzare l’altro per la sua indole e la sua natura. Per ciò che in sostanza è. E riconoscere in quel poco o in quel tanto lo spessore di quella persona.

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