Cezanne-et-moiVorrei dipingere come tu scrivi.

 

Bagliori di un mondo francese. La Provenza è il cuore sudista che profuma di campagna ma vive di arte. Parigi è la grande ribalta dove pittura e letteratura incrociano i passi. Tra salotti raffinati e dibattiti intrisi delle nuove tendenze. Il naturalismo, diretta emanazione del pensiero positivista, mirava a spiegare il lato psicologico con gli stessi metodi delle scienze naturali. Zola e Maupassant. Il proletariato industriale del primo. Contadini, militari e donne di piacere nel secondo.  L’impressionismo delle tele di Monet e Manet. Pizarro e Renoir. Il rivoluzionario Cézanne, precursore del cubismo e del figurativismo che verrà. Tra cieli e prati. Agresti cornici di un belmondo che si mescola agli sconosciuti dei café. Cézanne et moi di Danièle Thompson è la storia dell’impudica amicizia tra il maestro della tavolozza e lo scrittore. Paul Cézanne ed Émile Zola, due bambini cresciuti nella scuola di Aix en Provence, dove il primo era nato in una famiglia di origini italiane che aveva francesizzato il cognome di Cesana e il secondo si era ritrovato per il mestiere del padre, chiamato, proprio lì, a supervisionare la costruzione di una diga per offrire alla città acqua finalmente potabile. Fu un sentimento ininterrotto, nonostante sgarbi e litigi che avvicinavano e allontanavano continuamente i due. Eppure. Eppure quel legame non si scioglieva. Nonostante le bizzarrie dello scrittore, libertino impenitente, che ebbe due figli clandestini da un’amante ufficiale di cui la moglie Alexandrine conosceva l’esistenza e se ne doleva. Un menage che non impedì all’autore di Germinal di spassarsela senza limiti. In proposito, egli stesso ebbe a riconoscere il suo difetto. “Sono andato a letto con le mogli dei miei migliori amici. In amore non ho davvero alcun senso morale”, disse con autocritica. Accadde anche con Cézanne. Divisero gli stessi letti e forse sotto le lenzuola, umide di sapori comuni, traevano origine molti dei loro dissidi.

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Il cenacolo dei dotti continuava pur tuttavia ad alimentare ispirazioni. Discordanze. Stima. Invidie. Manet, caustico con il pennello di Cézanne, ammirava Zola e lo dipingeva. Il “petit Auguste”, ovvero Renoir, era il più defilato. Aveva una vita regolare e non s’intrufolava nei talami altrui. Anche tra Paul ed Émile sussisteva ammirazione. “Vorrei dipingere come tu scrivi” disse all’amico che rispondeva con sincerità. “Io scrivo per vendere“. E la distinzione tra il ricco e il povero attraversava quella congrega colta, dove gli abiti erano lo specchio di un censo mai totalmente in crisi, ma spesso meno abbiente di altri. Aix e Parigi. Due città come due cornici. La pace della prima ricompone i bisticci nati in seno alla seconda, più prospera. Frivola. Ma ugualmente ricca di quella tensione intellettuale che finisce nei letti delle damine con la veletta. Aristocrazia e sesso facile. Arte, modelle e modelli. Stili di vita e di comportamento che si incrociano e non sempre si rispettano.

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Cézanne et moi è un film di rara raffinatezza. Elegante ma affatto patinato. Schietto ma mai offensivo. Emulazione e dispetto si mescolano e si sovrappongono. I padri della classicità, pittorica e letteraria, sono paradigmatici nei loro pregi e difetti. Compassati come Zola. Iracondi come Cézanne. Educati come Renoir. Caustici come Manet. Ironici come Guy de Maupassant. L’opera di Danièle Thompson, nota al pubblico per Pranzo di Natale è di quelle che aggiungono spaccati di una società spesso sorpresa a prendere in giro perfino se stessa e i suoi “eroi”. Ricostruisce un’atmosfera e una temperie culturale che i libri difficilmente riescono a trasmettere. Narra la vita di un legame, a prescindere da ciò di cui si compone la biografia dell’uno o dell’altro dei volti di questi immensi personaggi del sapere e dell’arte francese e mondiale. Non si cerchi il caso Dreyfus, dunque. E nemmeno la controversa e discussa fine di Zola, morto in casa sua per le esalazioni di monossido di carbonio. Casuale a detta di alcuni, dolosa secondo altri. L’attività giornalistica e politica del padre di Thérèse Raquin non fa parte di questo mondo e di questa storia. E nemmeno dei suoi funerali, ai quali dovette aver partecipato anche l’amico Cézanne che se ne sarebbe andato due anni dopo. Ai primi barlumi del Novecento.

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