t4La felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa in cui tornare. Tornare. E non sta davanti, ma dietro.

 

Si racconta sempre la propria vita a chi non sa ascoltare. Non ha forza. Pazienza. Si racconta la propria vita a chi è presente al momento, ma assente nello spirito. Nell’anima. Ci si racconta al nulla. Fatto di sguardi che non sanno vedere. E cuori algidi. È il sentimento che si trasforma in parola. Prende corpo nel linguaggio. Cerca la sua dimensione. Non più l’amore per l’amore, ma la sua dinamica. Il mistero di saper amare. O saperlo fare nel modo giusto, indirizzando al destinatario i codici di un affetto che possa davvero essere decriptato. Compreso. La tenerezza di Gianni Amelio si snoda lungo questo asse mistico. E mitico. Enigmatico al punto da lasciare. Sospesi. Tra il dramma e la solitudine di sentirsi in ostaggio a quel legame, incapace di diventare maturo. E nascosto dietro il sosia di se stesso. L’anziano Lorenzo (Renato Carpentieri) è il burbero nel quale è fin troppo facile trovare il perimetro e i contorni del bene, soffocato dalle sue briglie. In realtà la figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno) e la compagna segreta Aurora (Greta Scacchi), come il figlio Saverio (Arturo Muselli) e il vicino di casa Fabio (Elio Germano) sono diverse declinazioni dell’incapacità di amare. Unico personaggio di contrasto è la compagna di quest’ultimo, la distratta Michela (Micaela Ramazzotti), vittima spontanea delle altrui difficoltà.

Lorenzo è un anziano avvocato napoletano che non ha perso una causa in vita sua, ma ben poche volte ha rispettato la legge. È vedovo di una moglie mai amata e spesso tradita. Ha due figli che sono le facce opposte dell’amore. Il disinteresse di Saverio è speculare alla desolazione che abita nel cuore di Elena. Uno cerca solo i soldi, l’altra è consapevole che quell’uomo resta sempre un padre. Suo. Padre. Il vecchio, introverso e solitario, scopre un improvviso insondabile legame con una giovane famigliola, che viene a vivere dirimpetto al suo appartamento, ma un giorno tornando a casa scoprirà che tra quelle mura si è consumata una tragedia. Un omicidio-suicidio trasformatosi in uno sterminio. E realizzerà che cosa vuol dire amare gli sconosciuti. Ossia, l’amare. Infinito sostantivato. Fine a se stesso. Senza risvolti o secondi fini. Gratuito come solo il sentimento vero sa essere. Lorenzo capirà e si capirà. Ma, sulla pietra dove alla fine siederà accanto a Elena, resterà solo il silenzio. Unica ammissione di verità a profluvi di parole sbagliate. Sguardi in tralice filtrati dal rancore. E nutriti di disinteresse. L’assenza di suoni è spesso più eloquente di lunghi discorsi innaffiati di inutilità. Finzione. Convenzioni. Ma asettici luoghi in cui non vive la naturalezza. In quell’assoluta mancanza di commenti sta ciò per cui nessuna parola può essere spesa. Raccontare. Raccontarsi. Nudi. davanti allo specchio dell’essere.

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“Bisognerebbe tradurre il tono della voce. Gli sguardi. I pensieri” confessa Elena al padre in deliquio per un sospetto infarto. La sua professione di interprete per il tribunale la mette a continuo contatto con il mistero della traslitterazione, dove il tradimento prospera. E il fraintendimento non è colpa di chi traduce, ma anche di chi ascolta. La donna deve rendere intellegibili a un giudice le frasi in arabo di un immigrato. Le interpreta. Ci mette del suo. Svela i retroscena di una chiacchierata telefonica, origliata in un’altra lingua, che smaschera le bugie, rivendute al magistrato. Ma quest’ultimo la rimette a posto. Eppure. “Bisognerebbe tradurre il tono della voce. Gli sguardi. I pensieri”. Ciò che per definizione è intraducibile. La clandestinità del profugo è un terreno che divide. Frattura sociale. Rivendicazione di diritti. Elena è l’italiana, la toga è la legge. E non appare. Se ne ascolta l’imperioso e austero monito. Si finisce soggiogati e sottomessi. Perentorietà di un verdetto che spesso non è condanna né assoluzione. È frase che naviga nel mare dell’oggettività. Elena non ama il suo lavoro né la lingua straniera di cui è esperta. Non ama quegli stranieri. E, non a caso, il figlio che alleva da ragazza madre non è frutto di un amore, ma di una notte. La barriera della lingua è il recinto in cui è rinchiusa e non riesce a uscirne in sede professionale né nei rapporti con il fratello. Ne resta impigliata nel confronto con il padre. Ne è vittima perfino con un vecchio amico. Nutre sentimenti e sensazioni che non riesce a esprimere o dimostra in modo errato.

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t2Le figlie assomigliano ai padri… E il vecchio Lorenzo è prigioniero di se stesso. Di un cuore che non riesce a esprimersi. Non ha saputo amare una moglie come non ha saputo amare una compagna segreta. Non ha saputo voler bene ai figli, ma è stato capace di legarsi a una sconosciuta vicina, con la memoria a brandelli, che si ritrova perennemente sulle scale, per la propria abilità di chiudersi fuori casa. Scopre un’attrazione pura, quella che non seppe alimentare per i propri familiari. Stantia come la sua scorza scalfita da un sorriso. “Sorrida signor Lorenzo, sorrida meglio” lo invita quella scanzonata fanciulla, già moglie e madre. E Lorenzo impara che non occorre parlare, forse, per amare. E perfino una scorza dura come la sua può scoprirsene capace. Al capezzale di quella donna in fin di vita, che egli assiste come fosse una figlia. La figlia che non aveva mai avuto. E la sua morte gli appare in sogno. Lorenzo è la coniugazione senile di Fabio, nel quale abita un fanciullino mai scomparso. Gioca con gli elicotteri e s’innamora di un vecchio autobus di latta della sua adolescenza. Appare come un padre modello, ma aggredisce il mendicante che gli offre le sue cianfrusaglie in cambio di un pugno di spiccioli. E spara. Contro altri e se stesso. Disprezzo di vita. E di vite. È il dramma dell’incomunicabilità dell’amore. Maschere da buon diavolo condannate a perdere la partita con il sentimento. L’equazione de La tenerezza è in questo mistero incompiuto e irrisolto. Nessuno è capace di amare nel modo giusto. E non è un concetto assoluto ma terribilmente relativo, perché destinato a cambiare da persona a persona. Voler bene è uno dei tanti volti della comunicazione. Ed è soggetto a modificarsi a seconda dell’interlocutore. Adottando modi e misure. Pennellate e colpi di rivoltella. Ma, pur sempre, forme incongruenti di amore. Anche per questo, uno dei lati più affascinanti del film di Amelio è il modulo linguistico. La narrazione. Mai lineare. Sempre sincopata. Mai fluida attraverso un racconto che parte dall’alfa e si conclude all’omega. Piuttosto, un mosaico che si completa tessera dopo tessera. Ogni fotogramma ne aggiunge una, la sua. Fino all’epilogo di Lorenzo ed Elena. Soli. In silenzio. Sipario. Manca una tessera. Ma non ce n’era bisogno.

 

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