cir3I segreti rendono possibili i crimini

 

Trasparenza oltranzista. E addio alla privacy. Mistero misterioso di un terzo millennio che ne ha fatto la sua bandiera tradita. Lo stendardo del diritto a proteggere il proprio privato si scontra e soccombe con il raggio invasivo dell’onnisciente e onnipresente microcamera. Insomma, dov’è il confine. Meglio essere monitorati con il vantaggio di non finire inghiottiti nel vortice del nulla oppure poter disporre di un raggio d’azione nel quale essere soli con se stessi. Il cerchio non si chiude nemmeno alla fine di The circle di James Ponsoldt – regista di Un viaggio con David Foster Wallace - quando Mae (Emma Watson, l’Hermione di Harry Potter) stana Eamon (un Tom Hanks invecchiato ma baldanzoso rispetto al recente Sully di Clint Eastwood). La ragazza, in cerca di lavoro viene reclutata dal guru del futuro, una sorta di Steve Jobs remasterizzato, per trovare la soluzione ai suoi problemi. Tutto si circoscrive al quesito sulla disponibilità a mettere la propria vita alla portata di tutti. Siccome anche la privacy ha un prezzo, Tru You l’azienda di Eamon – che vende account validi per qualsiasi pratica e pagamento – regala un polizza alla famiglia di Mae per fronteggiare le cure del padre malato di sclerosi multipla. L’anguillesca invasività imprenditoriale riesce a fare una prigioniera e la giovane protagonista si spende per regalare il maggior numero di accessi al sistema del “tutti connessi”. Non solo. Arriva a teorizzare perfino l’obbligo di un account per votare e azzerare la percentuale dei non votanti che a quel punto diventano controllabilissimi. Secondo un gioco perverso, la democrazia sarebbe salva se tutti potessero certificare il proprio consenso alla spiata che accerta l’effettuato dovere del buon cittadino ossequiente alla politica.

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Il trucco sembra perfetto. E forse lo è. Tutti sono sotto controllo di tutti e la curiosità diventa il criterio dominante di una società nel più completo disfacimento, ma con il fascino di un mondo in cui “non si perde più nessuno”. La spia mette paura e il terrore genera morte. In questa doppia conseguenza tutto il castello di misteri e delitti va in frantumi. Crolla. Ne restano briciole di quotidianità. Mercer, l’amica che aveva presentato Mae a Eamon, si defila tornando alle sue campagne. Ty (John Bodega), l’inventore dell’archivio di esseri umani, disarticolato dal guru assetato di ricchezze, trova la sua rivalsa di maggior soddisfazione. È disorientato, ma qualcuno forse ha capito la perversità di quella strategia. Il punto, accennato in apertura, è il nodo da sciogliere. La privacy contraddetta e violata a norma di legge. Un codice che obbliga a firmare cartacee autorizzazioni per le pratiche più necessarie, ma altrettanto passivamente accetta che la legalità venga calpestata. Se è vero che nell’epoca degli smartphone, molti colossi della telefonia cellulare stanno pensando di rimettere sul mercato apparecchi, senza videocamera né accesso ai social, come quelli di quindici anni fa, qualcosa vorrà pur dire. Ma soprattutto, la sbandierata protezione derivante dal principio di “tutti connessi” e quindi “tutti reperibili” si scontra con la necessità della fuga di chi non vuol essere monitorato. E la disperazione di sottrarsi a quel grande fratello, ostinato quanto perverso, provoca morte. Tanto quanto l’asserto iniziale, secondo il quale ciò che viene censurato o tenuto in serbo sarebbe la premessa di un reato.

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The circle, tratto da un fortunato romanzo di Dave Eggers, tocca anche una figura largamente presente nel cinema. Il voyeur. Attraverso l’occhio dell’osservatore – in qualche caso perfino guardone – sono stati raccontati film di grande pregio della filmografia internazionale. Si pensi a La finestra sul cortile di Hitchcock, per citare forse il più celebre e prestigioso. L’elenco in realtà è sterminato e può proseguire quasi all’infinito. Ora l’opera di James Ponsoldt aggiunge una nuova declinazione di voyeur, modellata sul nuovo secolo e costruita appunto sulla tipologia di questa figura che si affida a un occhio meccanico – una “cimice” appunto – e su supporti mediali come i social forum che hanno sconvolto i sistemi di comunicazione oggigiorno. Voyeurismo e comunicazione sembrano dunque cooperare fino a una sorta di fusione l’uno nell’altro, per poi sfociare nell’esibizione – talvolta esibizionismo – delle proprie attitudini e giornate. Ma esiste, come contraltare, chi prova a tirarsene fuori e non ci riesce, come l’amico d’infanzia di Mae che non a caso soccombe al tentativo. Riscatto invece su misura per i genitori della ragazza che rinunciano alle videochiamate e a quell’occhio sempre acceso a illuminare la loro privacy. Il cerchio non si chiude. Tocca segreti e bugie. Il detto e il non detto. Un altro tema non incidentale nell’economia di The circle dove alla fine il teorema viene smentito. Anche nell’assenza di reticenze ci si può macchiare di complicità nella morte accidentale di un amico. Sembra conseguirne che i segreti non siano garanzia di colpe come la trasparenza non è sinonimo di onesta correttezza. Ma la parola – come in ogni tribunale che si rispetti – dovrebbe ora passare alla… “cimice”.

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