donne2Il confine tra il desiderio nella sua forma di umana ambizione e quello che invece confina con la passione è fragile. Talmente debole da confondersi con facilità nelle sue molte declinazioni, non solo dalla prospettiva molteplice dei traguardi che le protagoniste pongono davanti a sé, ma anche nei diversi soggetti femminili presi in esame. Le donne il desiderio di Tomasz Wasilewski, ambientato in una Polonia post comunista che ha i tratti deteriori del peggior capitalismo, coniuga i casi di quattro protagoniste che incrociano i propri destini in un cammino discutibile e dall’esito interlocutorio. Aspetto comune a tutte la libertà di scelte finalmente conquistata e forse trovata nelle nuove frontiere di un Paese che ha dimenticato la cortina di ferro, forse per sempre. Così Agata può innamorarsi di un sacerdote, mentre Iza – insegnante in una scuola – ha una relazione con un medico, già sposato che conduce una doppia vita. Renata, alle soglie della pensione si invaghisce della vicina, l’aitante e bella Marzena che ha alle spalle un successo in un concorso di bellezza e, nel presente, un fidanzato che vive e lavora a Berlino e un lavoro come insegnante in una palestra.

Il crocevia dell’impossibile si applica all’amore e al modo di affrontarlo dal lato selvaggio. Il sentimento per un prete è il riflesso, quasi sacrilego in una nazione con radici fortemente cattoliche, dell’unione che spinge il dottore all’adulterio e alla contemporanea beffa di due donne, la moglie mai rappresentata in scena e l’amante, riempita solo di promesse. L’affresco si completa con la figura di un’attempata signora che sembra scoprire la propria omosessualità in età ormai avanzata, mettendosi in competizione con un universo maschile, totalmente assente come il  compagno di Marzena all’estero per lavoro, oppure di scadentissima qualità come l’amico di bevute che riporta a casa la ragazza ubriaca, ma non si lascia scappare l’occasione di sfogare e soddisfare autonomamente il proprio piacere fisico sul corpo nudo della giovane in deliquio per le conseguenze della sbornia. Cattivo gusto e una sorta di maschilismo latente sono il condimento di questo film che rimane solo allo stadio di tentativo. La riuscita è altra cosa da una lusinghiera messinscena cinematografica. Una regista donna sarebbe difficilmente caduta nell’errore di rappresentare personaggi femminili con la stessa disinvolta trascuratezza che mostra Wasilewski in questo suo velleitario azzardo di costruire un’opera innovativa, che si sveglia destinata invece a restare nel numero dei progetti dimenticabili.

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A poco vale perfino l’ambizione di aver rivenduto questo abbozzo come una testimonianza storico sociale di un paese in cambiamento. Parlare della caduta del muro di Berlino, così come intitolare un istituto scolastico a Solidarnosc non sono condizioni sufficienti per inquadrare un’opera cinematografica in questo rango. Così come bibite gasate, jeans ed elettrodomestici di nuova generazione, che compaiono almeno come oggetto di discussione nella cena d’apertura, si rivelano una falsa pista. Non sono i segnali di una nazione che sta cambiando, ma l’intimo desiderio di protagonisti che si nascondono. Il vero obiettivo di Wasilewski è filmare la sessualità. Con uno dei risultati più bassi che la storia del cinema ricordi.

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