UnknownIllusione. Speranza. Riscatto. Scommessa. La sfida comprendeva un pizzico di ognuno di questi ingredienti per la sua riuscita. L’orlo del baratro di un fallimento professionale accende la paura e la disperazione, ma alimenta la rivalsa. L’affermazione. Conquistata a suon di cazzotti al denigrante ludibrio, confezionato dagli invidiosi. Da una congiuntura economica sfavorevole. Dai rovesci di una Fortuna da interpretarsi alla latina. Caso. Sorte. Destino. Quasi sempre rabbioso. Quasi sempre beffardo. E allora la ricetta è di quelle tanto frequentate quanto lo è il mondo. Una truffa bella e buona e tanti saluti a ogni barlume di onestà e credibilità. Presunta o reale. Gold – La grande truffa di Stephen Gaghan – già noto per aver fatto vincere un Oscar a George Clooney con Syriana nel 2006 e averne vinto uno lui stesso, per la miglior sceneggiatura non originale, con Traffic nel 2001 – racconta una storia realmente accaduta nel 1993 con lo scandalo che coinvolse la Bre-X minerals, trattata in questo film con l’opportuno e puntuale cambio di nomi.

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Kenny Wells (Matthew Mc Conaughey) è l’erede di un impero minerario di cui assiste alla dissoluzione. Rimasto con un gruzzolo di tutto quello che restava del suo ingente patrimonio, decide di investire quanto ancora possiede finanziando l’impresa del geologo Michael Acosta (Edgar Ramirez), convinto che in Indonesia si nascondano ancora miniere d’oro, capaci di condizionare il mercato aureo. In realtà le pepite, spacciate per perle del purissimo metallo pregiato, hanno invece soltanto una superficiale patina, ma la distratta certificazione di titolati periti è sufficiente a garantire un ritorno economico senza precedenti. La società vola in borsa totalizzando cifre da capogiro, finché il sistema va in tilt e l’inghippo emerge in tutta la sua drammaticità. La scalata si trasforma in una picchiata senza precedenti e si traduce nella ricerca affannosa del geologo che, nel frattempo, ha fatto perdere le proprie tracce. Resterà vittima di un’ingloriosa fine, non prima di aver assicurato al suo mentore, Kenny Wells, i proventi dell’impresa truffaldina. Il film contiene citazioni illustri ai meriti e all’opera del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado, al quale ci si richiama in alcuni fotogrammi, familiari per chi abbia assistito alle sue mostre o non abbia perduto il celebre documentario di Wim Wenders, Il sale della terra. Qui, ampia parte del repertorio di Salgado mostra la realtà nelle miniere d’oro, dove lo sfruttamento dei cercatori era all’ordine del giorno e funzionale per arricchire le tasche di imprenditori spesso senza scrupolo alcuno.

La caccia all’oro di Wells non è certo quella di Charlie Chaplin. Mondi diversi. Aspirazioni diverse. Fame di denaro allo stato puro in questa impresa di fine secolo, adattata al grande schermo nel nuovo millennio, e poesia del sentimento nel film di Charlot nel 1925. I cercatori d’oro di oggi vivono la grande rincorsa al successo economico, che la distanziano dal sogno puro e ruspante del bianco e nero chapliniano. Nessuna attinenza, dunque. E cercarne somiglianze significherebbe forzare i toni oltre ogni misura. Se un’analogia può essere cercata, va rintracciata piuttosto in The wolf of Wall street (2013) di Martin Scorsese, anch’esso storia vera dell’ascesa e caduta di Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) con il quale Kenny Wells mostra più di un punto di contatto. L’inclinazione e il cedimento a droghe e alcol del primo fanno rima con l’ebbrezza permanente del secondo. Come la parabola di entrambi e l’illusione di aver raggiunto l’empireo – almeno finanziario – in tutti e due i casi. Se tuttavia “the wolf” finisce travolto da se stesso e i suoi eccessi, il lupo del Borneo si ritrova sorpreso nell’accaparrarsi comunque un consistente capitale, in grado di preservare l’avvenire dello sconfitto. Il merito in questo caso non è interamente il proprio, ma quello, quasi previdenziale, del suo complice, all’erta anche… dall’aldilà.

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