ri1Le due facce della tempesta. Meteorologica e metaforica. Flagello dell’ambiente e dell’animo umano. Coniugazione multipla dell’esterno e dell’interno. Fuori e dentro, come due mondi che trovano una spontanea unidirezionalità nella quotidianità. Ritratto di famiglia con tempesta di Kore-Eda Hirokazu, regista già conosciuto per Little sister e Father and son, è il teorema di questa duplicità, applicata all’individualità. Non a caso, al centro del film sta una famiglia in dissoluzione per la separazione di una coppia, che nemmeno un’imprevista coabitazione per la furia degli elementi riesce a ricondurre alla pace. La donna è esasperata dal marito, un giocatore d’azzardo, e fatica a sopportarlo anche soltanto nelle brevi occasioni in cui deve affidargli il figlioletto. Al contrario, lui vorrebbe ricucire e giura di sapersi riscattare dal vizio che lo soffoca, intanto insegna al bambino il fascino del gioco della lotteria. Nel quadretto poco idilliaco e assai litigioso ma in stile giapponese – molte preghiere, altrettanti sospiri, pochi chiarimenti, infinite promesse – ci si mette, seppur con discrezione, la mamma di lui. Finché tempesta non li sorprende. Quella che si annuncia come un flagello si rivela il pretesto per ritrovarsi a contatto sotto lo stesso tetto. Favorire mediazioni. Incoraggiare buoni propositi. Aprire speranze. La donna però appare tutt’altro che incline a concedere una nuova opportunità a un marito bocciato.

Hirokazu continua quindi a perlustrare e indagare una delle tematiche a lui più care, la famiglia, nelle molteplici difficoltà in cui essa rischia di dibattersi. Lo scambio in culla di due neonati si traduce nell’approccio con un’altra coppia, nella quale il protagonista vede l’opposto speculare alla propria condizione. È il tema approfondito in Father and son che precede l’affresco di Little sister in cui un terzetto di sorelle scoprono di averne una quarta alla morte del padre. Dai bambini assegnati a madri non biologiche alla famiglia allargata, ora Hirokazu arriva alla crisi della coppia nelle modalità che gli sono consuete. Spunti gravi, trattati con leggerezza al punto che l’importanza della crisi sembra ridimensionarsi, nello srotolarsi delle sequenze, fino a una conclusione che non rappresenta l’epilogo propriamente inteso, ma una fine esile e talvolta perfino scontata delle vicende portate in scena. Una costante nella filmografia di questo regista in cui la tematica al centro dell’approfondimento risulta enormemente preponderante e di gran lunga più importante della trama che vi si narra. In questa chiave, la stessa tempesta – tanto evocata ma non direttamente inquadrata – costituisce soltanto una metafora dell’uragano che psicologicamente sconvolge gli animi e gli assetti familiari. Poco importa quindi che sia un evento naturale e catastrofico a guadagnarsi il proscenio solo nel titolo, quanto invece ciò che esso simboleggia per traslato. E non sorprende che il temuto nubifragio resti sempre dietro le quinte di una rappresentazione in cui l’unica bufera è la separazione fra moglie e marito.

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Kyoto (Hiroshi Abe, già protagonista di Thermae Romae di Hideki Takeuchi) è un perdente. Sconfitto nel suo lavoro di romanziere con un libro che non riesce a concludere, un figlio del quale fatica a conquistare la  fiducia e una moglie che gli ha appena chiesto il divorzio. Egli stesso precipita nell’abisso di uno sconforto profondo e proprio la tempesta, con il riavvicinamento – improvviso e improvvisato – della famigliola, sembra porre le premesse per un domani diverso. Uno sconvolgimento naturale impone dunque una sterzata e Hirokazu guarda quasi con benevolenza quello sconvolgimento meteorologico, parallelo a un altro sconquasso che invita il suo protagonista a rinnovarsi. A riscattarsi dalle vesti della vittima e ritrovare relazioni nuove almeno con il piccolo Shingo, dal momento che appare invece irrecuperabile quella con un’ormai ex coniuge che rifiuta le sue tardive avance e gli sbatte in faccia la relazione – occasionale – con un amico. Gli approcci ricostitutivi falliscono mentre un orizzonte di maggior serenità si delinea nei rapporti con il ragazzino. Non si diventa padri da soli, insomma e c’è un bambino a insegnare l’amore a un adulto disposto ad impararlo. Anche queste possono essere le conseguenze propizie di una tempesta.

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