thumb_51870_film_film_bigDramma di una singolare forma di “adozione” all’interno di una stessa famiglia. Il regista messicano Michel Franco è un vecchio amico di Cannes, dove aveva esordito nel 2009. Nel 2012 con Despues de Lucia aveva addirittura vinto la sezione “Un certain regard”, nella quale ha presentato il suo ultimo lavoro, Las hijas de Abril. Una storia triste e tormentata di una ragazza madre, Valeria (Valeria Becerril), che a soli 17 anni si ritrova con una figlia in grembo e una madre (Emma Suarez già vista in Julieta di Pedro Almodòvar) con la quale ha rotto i rapporti da tempo. Vive con la sorellastra Clara che, ai primi vagiti, chiama in soccorso mammà. Quest’ultima si affretta ed essendo donna ancora dotata di charme e avvenenza, non solo si prende la nipotina per allevarla con una maggior disponibilità di denaro rispetto alla figlia, ma le ruba perfino il fidanzato e padre della sua bambina. Con la scusa di portarlo a vedere la neonata, gli chiede il silenzio con la figlia e poi riesce a conquistarne i sensi. Spregiudicata oltre i propri stessi sentimenti, tenta perfino di farsi mettere incinta con il pretesto di dare un fratellino alla nipotina. Un intruglio di parentele che rischia di mandare in tilt anche il più agile degli spettatori a districarsi fra i legami familiari. Abril, madre matrigna e nonna spudorata, finisce alle strette quando mette in vendita la casa dove abitano Valeria e Clara. Ma se la seconda si arrende al destino, la prima – a dispetto della giovane età – prende in mano il suo futuro e rintraccia la madre snaturata e il fedifrago fidanzato. In barba alle peggiori crudeltà che le vengono imposte, Valeria saprà ripagare con la stessa moneta l’uno e l’altra che non perde l’ultima occasione per mostrare la sua assenza di cuore, abbandonando in un bar perfino la nipotina in preda a una crisi di pianto.

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Il tema è grave. Uno scavo profondo nel mistero psicologico e fisico che circonda la maternità. Non una nascita, come tante, capitata a due ragazzi al culmine dell’adolescenza e alle soglie dell’età adulta, ma una pattumiera che sottolinea la criticità dei legami familiari e l’impossibilità – quasi apocalittica – di poter contare e sperare nell’aiuto dei cuori, teoricamente, più vicini negli affetti e nelle difficoltà. Valeria appare come un semplice parametro dell’essere umano. Non riconducibile quindi a un genere e a un ruolo, ma a una persona sotto scacco di un’inimicizia che si annida perfino nella sfera più intima. Diventa così ancor più ripugnante e incredibile assistere a un abbandono che nasce nella stretta cerchia familiare e dimostra anche come l’iniziale e singolare “adozione” fosse in realtà da considerarsi una sorta di sequestro. Se non di rapimento. La neonata viene lasciata alla stregua di un bottino scomodo. Rappresenta una colpa e una colpevolezza. Incastra. Ma, allo stesso tempo, smette di essere una creatura vivente e diventa una cosa. Abril se ne disfa come ci si potrebbe sbarazzare di qualcosa di ingombrante. Metafora stessa di una malefatta.

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Tre tipologie di donne si confrontano in rapporto a un non uomo, il protagonista maschile è un diciassettenne con i confini di un bambino, al punto da sembrare soltanto il fratello maggiore della figlia che ha appena generato. Il raffronto mostra invece un trittico femminile di gran lunga più evoluto e strutturato anche nelle sue sfumature. La maliarda intrigante e dalla doppiezza inquietante è la sintesi sbagliata fra i caratteri delle due sorellastre. Tanto puntigliosa e decisa la minore quanto timorosa, esitante e cauta la maggiore. Tre connotazioni che rischiano di coniugarsi anche in altrettante chiavi di lettura. La delinquente. La ribelle. L’inane. Uno schema che appare decisamente più stridente perché messo in correlazione con un’unica figura maschile di rilevanza adolescenziale. In un Messico di oggi che potrebbe essere qualunque angolo del mondo, dove l’atmosfera della maggiore età – tra fumo e vertigine alcolica – si scontra con la frontiera di chi è già cresciuto troppo in fretta.

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