86c360a9902bf7de8b72e0d2ca1869df64b474c6-1Non esiste niente di più bello di ciò che si dissolve sotto i tuoi occhi.

 

L’evanescenza è per chi vede ciò che il buio è per un cieco. Dissolvenza. Scricchiolio di immagini e corpi. Scultura di sabbia che si scioglie con l’onda. Velo di donna inghiottito dal mare. Ricordi. Suggestioni. Il lato oscuro di un passato. Appunto. Illanguidito. Dal pallore dei giorni. E trasferito nel non luogo della non rimembranza che si chiama oblio. Spontaneo come ciò che passa e di cui non ci si accorge. Come ciò che è stato. Transeunte traccia della normalità. Vers la lumière, già pronto per l’uscita nella versione inglese Radiance, è stato presentato in gara al festival di Cannes, alla presenza della regista giapponese Naomi Kawase, già nota per il delicato film precedente Le ricette della signora Toku. Anche quest’ultimo lavoro ricalca la grave levità dell’opera che l’ha anticipata. Un tono garbato, dolce, raffinato ed elegantissimo che contrasta in maniera netta con la profondità e la serietà del tema trattato.

Misako è una regista che gira film molto particolari, perché diretti anche a una platea di non vedenti o di portatori di handicap visivi, più o meno penalizzanti. In sostanza, le immagini che scorrono sullo schermo vengono anche raccontate con dovizia di particolari e dettagli, per fornire a chi non ha l’uso degli occhi gli strumenti per “costruire” mentalmente il proprio film attraverso l’immaginazione. In questo itinerario professionale incontra Nakamori, un fotografo costretto progressivamente a lasciare il mestiere, a causa di una malattia degenerativa che gli riduce progressivamente le capacità ottiche. L’uomo precipita in una sorta di depressione che lo conduce al gesto di maggior penalizzazione. Lanciare la macchina fotografica nel mare, dopo averla recuperata al ladro che gliel’aveva sottratta con un trucco. È il mio cuore, spiega Nakamori, anche se non posso più usarla. E ufficializza l’addio al mondo della luce e l’ingresso nelle tenebre. Il passaggio mette il protagonista di fronte a un bivio e una scelta. Essere capaci di trovare nuove motivazioni per vivere, nonostante una limitazione che riduce e interrompe un ritmo finora collaudato.

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Concludere che Nakamori trova una forma di amore oltre il buio sembra riduttivo quanto la morale di una favola per bambini e le considerazioni devono obbligatoriamente spingersi oltre. Ad esempio sottolineando la provocazione e la speranza che la regista affida alla sua protagonista. Il cinema – l’arte per eccellenza preclusa a chi non vede – diventa a sorpresa una strada percorribile per regalare conforto e ridurre sensibilmente il distacco e il divario con coloro che invece ne possiedono un uso fisiologico. Parallelamente, la fotografia conduce i vedenti – rappresentati collettivamente da Misako – e i videolesi, dietro i panni di Nakamori, nei meandri e sulle strade di ricordi comuni, appartenenti al passato di entrambi. Le strade confluiscono su un sentiero – quello dell’immagine ferma e muta – che riporta alla sfera del dimenticato, ossia ciò che non importa vedere perché acquisito per conoscenza e custodito nel bagaglio della memoria, dove spesso viene risospinto indietro, a vantaggio di sensazioni più recenti archiviate nel baule della vita. Tutti, insomma, i Misako e i Nakamori, si ritrovano su un’unica strada che non a caso riporta alla professione della ragazza, capace di continuare a dare nuova linfa alle emozioni del cinema e del vedere anche a chi, della vista, è privo.

Vers la lumière è girato con un’alternanza quasi ossessiva di luci e ombre che simboleggiano i due lati di questo universo del vedere, attraverso riprese che si svolgono in pieno giorno ed altre ambientate nelle ore notturne. Naomi Kawase lo ha spiegato con la ridotta luminosità dell’autunno giapponese, che inevitabilmente obbliga a non rinunciare a girare dopo il calar del poco e malato sole. Tuttavia la necessità, imposta dai cicli stagionali, si sposa con un linguaggio che mai come in quest’opera acquisisce un valore e uno spessore simbolico esemplare. Il film si ricollega indissolubilmente al precedente Le ricette della signora Toku per alcuni spinti che rappresentano la continuità tematica. In quest’ultimo il cibo svolge un ruolo fondamentale che viene rimpiazzato e sostituito dal cinema in Vers la lumière. Quasi come se la Settima Arte fosse una sorta di alimento capace di guarire chi se ne ciba. Il dorayaki – biscotto farcito con marmellata di fagioli dolci – che unisce la squadra della signora Toku, corrisponde al grande schermo che diventa il punto d’incontro verbale, prima ancora che visuale, per i non vedenti. Non sottovalutabile neppure il denominatore comune costituito dalla malattia. La lebbra che affligge l’anziana Toku diventa la cecità di Nakamori in un continuum senza interruzione. E non a caso si tratta di patologie difficilmente correggibili, l’una nel lasciare un marchio indelebile, l’altra nel non ammettere guarigione. Una sorta di destino che la Kawase assegna ai suoi protagonisti, simboli – nel cinema – del mondo fuori.

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