UnknownIl perimetro delle parole. I confini. La solitudine. Il pensiero. Uno contro tutti e il teorema sofferto dei nostri giorni. Islam e cristianità nello scacco delle loro molteplici sfumature. Musulmani di terza generazione. Neri d’Europa, veri o presunti. Bianchi di Francia. E da una grandeur, ripetutamente colpita dalla cronaca del terrorismo internazionale, arriva L’atelier di Laurent Cantet che – senza troppi preamboli – mette l’accento su questo toccante tasto. È l’anno delle arti e – dopo la regista che si sforza di confezionare film per ciechi in Vers la lumière di Naomi Kawase – spunta anche la scrittrice decisa a insegnare le tecniche di prosa a un gruppo di giovani con l’ambizione della penna. La squadra è decisamente eterogenea e annovera due ragazze di origini mediorientali, un musulmano e un nero, in mezzo alla normalità sulla quale spicca un adolescente che coniuga l’inclinazione alla violenza nei suoi scritti di prova. È il pretesto, nemmeno troppo sottile per aprire un confronto serrato con i coetanei. L’attacco è frontale, i temi – anche se un po’ retorici e demagogici – ricalcano le rivalità politico-sociali-religiose di questi tempi. Il giovane viene dileggiato. Emarginato. Resta solo con la violenza del suo pensiero che proviene direttamente dalla televisione e dai videogiochi.

Abbastanza scontate anche le giustificazioni della compagine filo islamica. “Non siamo tutti assassini”, il ritornello più insistente nel coro che si alza all’indirizzo del più esagitato fra gli scolari. Lo scontro fisico è solo sfiorato e sempre scongiurato, così come l’incitazione alla violenza è indiretta e mai mirata verso un’etnia o una confessione precisa. I confini tuttavia sono chiari. L’acrimonia verbale fa rima con un Occidente ferito, mentre la reattività spudorata abita nei confini di un Islam all’ostrica, radicato in Francia ormai da varie generazioni. Anche l’insegnante ha un ruolo familiare ai francesi, l’intellighenzia snob di tanta sinistra al caviale formato gauche caviar. Non si dà torto al bistrattato, ma si transige sull’irruenza di una presunta minoranza. Il contesto dello scontro che lascia come eredi la freddezza e l’isolamento – stavolta – di un occidentale è costituito dalla solitudine nella quale questi precipita. La scrittrice, incuriosita dalla misteriosa figura di quell’alunno singolare, si adopera così per cercare di scoprire che cosa nasconde la sua vita e vi trova un abisso di solitudine e isolamento che mostra un unico terreno di rottura nel gioco telematico di combattimenti simulati. Comprende quindi che l’unica cura possibile è amalgamare il ragazzo nel gruppo, ma il compito si rivela superiore alle possibilità.

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L’atelier è un film di buona fattura che s’inserisce in un solco concettualmente discutibile. Integrazione capovolta. Non più i figli di famiglie musulmane nel contesto francese, ma il contrario. Soli contro tutti, in una chiave di lettura coraggiosa soprattutto per la temperie politica nella quale vien proposta questa linea interpretativa. Una denuncia smussata, ma comunque evidente che sottolinea il disagio sociale di una tolleranza inseguita e non sempre raggiunta. Condita da una punta di ingiustizia, lasciata intendere senza rimarcare i toni. D’altra parte la Francia sta inserendo da un anno il delicato tema dei rapporti tra Islam e cristianità occidentale nella sua cinematografia. Un assaggio era già arrivato con Le ciel attendra di Marie Castille Mention Schaar che accusava apertamente i metodi subliminale e sotterranei di reclutamento dei giovani attraverso l’uso di Facebook e dei social in generale. Il film, presentato a Locarno nel 2016, ha poi avuto una diffusione ingiustamente limitata e – oltre ad apparire specchio dei tempi – ha il merito di mettere in guardia molte famiglie dai rischi di una frequentazione senza regole nell’universo impalpabile di un rete che non necessariamente è quella di internet, ma può rivelarsi anche quella del terrorismo. L’atelier non prosegue nello stesso solco, ma affronta la medesima tematica da un altro punto di osservazione, emerso recentemente anche in A casa nostra di Lucas Belvaux che tocca – oltre al resto – il rapporto fra gli immigrati e l’Europa.

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