Unknown-2Auguste Rodin, gloria di Francia nell’arte della scultura, finisce alla berlina. A beffarlo, “dipingendolo” sul grande schermo per quello che non fu, è Jacques Doillon, conterraneo del prestigioso artista, vissuto tra il 1840 e il 1917. Cannes tiene dunque a battesimo uno dei film più discutibili per le sue incongruenze storiche che lasciano ampio margine a una critica ben più che serrata. Quello che appariva in teoria come uno dei film più dotti e culturalmente impegnati si rivela una miniera di errori ed esagerazioni. Rodin parte già molto avanti nel tempo, quando il protagonista – interpretato da Vincent Lindon, già visto ne La crisi! di Coline Serreau e Il tempo delle mele 3 di Claude Pinoteau – ha già quarant’anni suonati e s’invaghisce della sua musa e modella, quella Camille Claudel che indubbiamente ebbe una parte rilevante nei rapporti con lo scultore. Tutto vero, dunque, quanto Doillon descrive del loro controverso legame che non ebbe modo di raggiungere la frontiera sperata, per colpa forse dell’immensa differenza d’età fra  due. All’epoca, la Claudel era intorno ai diciott’anni mentre l’artista aveva abbondantemente superato i quaranta.

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In quegli anni, Rodin era legato a Rose Beuret, la cucitrice che conviveva con lui, ma con la quale non si sposò se non nel fatidico 1917, anno della morte di entrambi. La coppia regolarizzò la sua unione dopo ben 53  anni di coabitazione e un mese dopo le nozze, celebrate a gennaio, la Beuret morì. Il marito l’avrebbe seguita di lì a non molto per le complicazioni di una congestione polmonare, causata da un’influenza. Su tutto questo Doillon sorvola, di gran lunga più attratto dal gusto pecoreccio delle scappatelle dell’artista e dalle sfuriate della donna, sempre tenuta a bada con decisione. L’analisi della figura dello scultore privilegia, oltre alla Claudel, anche gli altri legami occasionali maturati nel suo atelier dove le modelle – sempre rigorosamente in completa nudità – si concedevano senza pregiudizi né esitazioni. Non manca neppure un rapporto triangolare che trasforma lo studio in un privè destinato alla lussuria. Esce il quadro di uno schiavo della propria sessualità – oggi lo definirebbero sex addicted – ben consapevole e deciso a non lasciare spazio a impegni sentimentali, soprattutto dopo il fallimento della relazione con la Claudel. Ne deriva una completa alterazione del piano affettivo dello scultore che sfociò, come anticipato, nei singolarissimi fiori d’arancio dopo aver di fatto raggiunto le “nozze d’oro”.

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L’attenzione di Doillon per la vita sessuale e sentimentale di Rodin finisce per sottovalutare completamente la specificità artistica di un uomo che ha plasmato opere importanti, oggi custodite nei maggiori musei francesi e mondiali. Addirittura, cade nel ridicolo nell’ultima scena quando la statua di Balzac viene mostrata nell’allestimento antistante un museo giapponese. Il monumento viene utilizzato dai bambini come “toppa” di un popolare gioco all’aperto per l’infanzia. Se mancava un dettaglio per demolire la statura e l’importanza dell’artista, gli ultimi fotogrammi colmano una lacuna, certamente trascurabile. Non così accade in altri particolari più seri. Nel film, Rodin è ritratto sempre senza occhiali e in un abbigliamento non certo compatibile con il secolo in cui visse. È noto che l’artista era affetto da una miopia fortissima, ragione che gli procurò una ferma brevissima nella guardia nazionale dove fu chiamato per combattere nella guerra franco-prussiana del 1871. Dopo la recluta venne rispedito a casa, proprio per l’eccessiva percentuale di difetto visivo, cui il film non accenna minimamente. Sorprendenti anche gli abiti, poco intonati all’abbigliamento in voga nella seconda metà dell’Ottocento. Una miniera di inesattezze che non rendono giustizia ad Auguste Rodin, del quale quest’anno ricorre il centenario della morte, anniversario che presumibilmente ha ispirato la scelta di un personaggio poco conosciuto perfino al regista e ora diventato vittima di maltrattamenti anche nell’aldilà. È poco o per nulla condivisibile che tutto ciò che si può dire su un maestro indiscusso dello scalpello si circoscriva alle sue abitudini e pratiche sessuali. Un’occasione sprecata.

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