novia1La prigione senza sbarre del nulla sconfinato. Liberi. Solo all’apparenza, liberi di muoversi. In realtà ingabbiati nello spazio senza limiti, come in un carcere di cui la coscienza arriva con il passare dei giorni. Consapevolezza di una fuga impossibile in cui l’unica forma di affrancamento è la resistenza. La riflessione su ciò che si è. L’appello alle ultime forze che spingono a farcela. A scoprire nel profondo dell’animo umano quelle armi spesso nemmeno note. La novia del deserto di Cecilia Atàn e Valeria Pivato, registe argentine di ultima generazione, regala questo piccolo dono attraverso gli occhi e la vita di Teresa che, dopo una vita in famiglia, è chiamata a un doppio confronto. Con se stessa e con un “gringo” nel quale si imbatte sui sentieri pianeggianti dell’aridità. Lo smarrimento della borsa che contiene le sue poche cose è metafora e pretesto. L’addio a ciò che è stato il suo mondo fino a quell’attimo diventa all’improvviso lo spunto di confronto con chi appartiene specularmente al suo contrario.

Il “gringo” è un ambulante. Un viaggiatore per definizione. Un nomade che ha fatto della strada l’unica sua dimora. La stanzialità di Teresa si confronta con le peregrinazioni dell’uomo. La ricerca di ciò che le appartiene diventa la rincorsa a quello che ha abbandonato e, l’assenza di quella valigia si trasforma nello scacco di cui è preda. La donna la riacquista – e con essa ritrova anche se stessa – dopo un percorso che la porta a scandagliare la dimensione del proprio io. A prenderne le misure e mettersi alla prova. Teresa accetta il contrasto e il dialogo. Quando scopre la sua borsa, seminascosta nel furgone del “gringo”, s’infuria ma ottiene l’unica spiegazione che un solitario avrebbe potuto darle. “Temevo che, trovandola, te ne saresti andata”. È il perimetro della solitudine e di un mondo che si chiude in un deserto infinito, dove anche le strade sembrano innumerevoli ma nemmeno quella che si percorre è sufficiente. E il destino si compie. La donna deve andarsene. Riprende il cammino fino a quella meta apparente che è il luogo dove la leggenda narra che fosse morta Deolinda Correa, poi fatta santa. Si spense di stenti e di sete con la sua bambina in braccio, ma quest’ultima se la cavò alimentandosi comunque dal suo seno.

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La figura che appartiene alla mitologia del deserto riassume in sé il valore simbolico di un’opera che si sforza di indagare il profondo dell’anima e la sfida a se stessi. Ciò spiega anche il titolo imperniato sul concetto di fidanzata, decisamente contraddistinto dall’intimità che questa intrattiene con il proprio compagno. La stessa dimestichezza. La stessa familiarità lega Teresa al deserto che ne conquista l’attenzione e il desiderio di sentirsi parte di una sfida in cui la natura ha una parte fondamentale, ma altrettanta ne riveste il silenzio. Il rischio. La solitudine. Il film, in concorso nella sezione “Un certain regard”, tende ad approfondire proprio l’individualità della struttura umana nel confronto – mediato – tra la vita in una collettività plurale e quella invece nella singolarità della solitudine. A suo modo un filo rosso la ricollega a un’altra opera centro americana di questo Festival di Cannes – Las hijas de Abril di Michel Franco – dove pure la conclusione è all’insegna della fuga solitaria di una neo mamma, privata della sua bambina. Aree semantiche e argomentative comuni, emblema di temi di sempre maggior attualità sociale.

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