so2L’unico modo per vivere un sogno è non realizzarlo mai. Un sogno realizzato è delusione.

 

Fania viveva di parole. Erano il suo nutrimento e la sua speranza. Quando ebbe un bambino lo alimentò con la stessa linfa. Succo filologico dell’immaginazione. Essenza di sogni e viaggi. Con la mente. Attraverso il presente e il desiderio. Di essere. Lontani. Fania era una mamma. E rincorreva le farfalle della felicità. Ma il volo del lepidottero era più sinuoso dei suoi pensieri e quel bimbo, il suo piccolo Amos, respirava favole e racconti che uscivano dalla bocca di quella donna. Biberon di poesia. Nacque povero e senza patria. In fuga dal nazismo. E forse perfino da se stesso, come molti ebrei. E rincorrevano un sogno che si chiamava casa. Nazione. “Ora che abbiamo il nostro Stato, non verrai più tormentato solo perché sei ebreo”. La terra promessa era anche un esilio dal fronte di una guerra che non si sarebbe più infiltrata nella famiglia di Amos. Eppure. Il miraggio restava irraggiungibile. Passarono anni, ma quel bambino, che poi divenne Amos Oz e lo scrittore forse più celebre di Israele, avrebbe sperimentato il lato effimero di quella speranza. Le parole del padre che gli garantiva la pace si scontrarono con le sue. Scritte molti anni dopo. “Gerusalemme è una vedova nera che divora i suoi amanti quando sono ancora dentro di lei“. Il cuore dove pulsano le tre religioni monoteistiche restava in appalto a un destino più grande. Non trovare mai quell’agognata e inseguita pace.

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Sognare è vivere, diretto e interpretato da Natalie Portman (la Jackie di Pablo Larraìn), tratto da Una storia di amore e tenebra di Oz, racconta la vita di Fania, non quella dell’autore. Strade inevitabilmente connesse, ma quel bambino – nutrito di pane ed etimologia figli delle amate parole studiate dal padre e accarezzate dalla madre – è solo la voce narrante di una favola triste, nata tra le macerie di una terra contesa più che promessa. Giocando a raccogliere bottiglie da rendere esplosive e restituire a quel nemico vicino. “Noi - spiega l’autore – vediamo gli arabi come nazisti camuffati, loro invece ci ritengono la longa manus del colonialismo europeo in medio Oriente“. E resta la conclusione di questo piccolo immenso teorema di odio nella frase di Amos che ritorna come un rintocco di morte. “Due figli dello stesso padre violento non necessariamente diventeranno alleati“. E la Bibbia, prima ancora della politica, ha dimostrato che la fratellanza non si sposa obbligatoriamente al concetto di amore. Ne resta spesso lontano. Esiliato. Germe di un contrasto insanabile quanto le comuni origini. Il piccolo Amos Oz racconta la sua mamma attraverso luci e ombre della Storia, che non è solo quella di una famiglia divisa o di una razza perseguitata. È anche la vicenda di una donna in preda alla depressione. Infelice della vita matrimoniale e soffocata intellettualmente, si rifugia nelle parole. L’unico tramite con il marito Arieh, innamorato più della glottologia che della donna al suo fianco.

Quel padre dotto e ottimista alleva il piccolo Amos spiegandogli le radici dei lemmi. I significati originari. La rete di parentele che li attraversa. Mosaico semantico. Miracolo filologico. caccia al tesoro dell’etimo perduto nella valle della non conoscenza. Come il denominatore comune che, nell’ebraico antico, lega cinque termini – terra, uomo, sangue, rosso, silenzio – come pure i concetti. Mancanza di figli, tenebra, dimenticare. Un nesso che traduce l’assenza della prole come una mancanza di luce che non irradia un matrimonio e si coniuga nel digiuno dei ricordi. Oblio. Il nulla. Come il legame sponsale che unisce profumo, fiore e toro. Il primo ha la sua intima natura come effetto di emanazione della flora e soggiace all’impollinazione da parte degli insetti. Il profumo è dunque l’essenza che attira l’amore e la procreazione di cui il toro è simbolo, come diretto corrispondente della fertilità. Amos non è ancora uno scrittore, ma tra le spiegazioni di papà e le favole di mamma trova le premesse per diventarlo anche se la sua maturazione culturale passerà dal kibbutz e dall’esperienza contadina seguita alla morte di quella donna oppressa e uccisa dalla sua stessa angoscia. “Nessuno riesce a sapere niente di nessuno, nemmeno della persona che sposa. E talvolta neppure di se stesso” spiegherà al suo io nella dimensione del ricordo che rappresenta le tenebre. Le parole ricevute in dono. Gli ammonimenti segreti. “Se devi scegliere tra il dire una bugia o insultare qualcuno, sii generoso“.  Sapore di mistero in una frase che invita alla carità. Al perdono. Le tappe di questa gioventù sono diventate un romanzo per Amos Oz ormai adulto. Cullato da un passato dissolto. Immortalato nelle pagine di Una storia di amore e tenebra, il libro che ha sedotto la regista e attrice, premio Oscar nel 2011 per Il cigno nero di Darren Aronofsky. Uno ieri fisso nella memoria che resta luce d’adolescenza. Prole. Perché ogni scrittore sa. Ogni libro è un figlio. Nato in un inferno che, al tempo stesso, è inferno e paradiso.

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IL RETROSCENA - Natalie Hershlag, in arte Portman, è nata a Gerusalemme da padre israeliano e madre americana e qui ha vissuto i primi anni di vita per poi trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti. L’ebraico è dunque la sua lingua madre, mai abbandonata. I suoi genitori l’hanno iscritta a una scuole ebraica dal primo periodo di apprendimento e fino a tredici anni ha frequentato scuole che al mattino tenevano lezioni in ebraico e al pomeriggio in inglese. La Portman ha rivelato più volte di conoscere l’idioma parlato in Israele, leggerlo, scriverlo e intenderlo correttamente, ma ha spiegato di non sentirlo come proprio. “L’ebraico è la mia lingua madre – ha detto – ma la trovo strana perché non è quella con cui sono cresciuta. I miei primi ricordi dovrebbero essere accompagnati da quel lessico, ma è difficile ricordare ciò che è avvenuto nei primi tre anni”. Nella versione originale del film la Portman recita dunque nella sua lingua madre, ma ha dovuto prendere qualche lezione per riuscire ad apprendere i trucchi della parlata israeliana corrente. Anche questo spiega l’intima e naturale attrazione dell’attrice per il libro di Oz e la sua storia così attentamente costruita sulla genesi delle parole.

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