pa1Il progetto più grande è scaldare il cuore.

 

La malattia di un figlio e un lavoro che assomiglia a una quotidiana guerra. L’inferno in terra che si coniuga a tutti i malesseri e i malanni che questi due diavoli portano con loro. Conseguenze infami di un disagio che avvelena lentamente. Corrode i cuori. Ossida relazioni collaudate. Incrina matrimoni. Uccide. Ma costringe, al contempo, a restare sotto pressione. Misura la resistenza. Rosicchia la vita che intanto sparisce dietro concitate telefonate per strappare un contratto. Accorcia le ore e i giorni. Tende, come corde di violino, pazienze assassinate dai sospetti. La contaminazione di due aree come il focolare domestico e l’ufficio causano l’inquinamento di una quotidianità, perennemente in bilico fra sfide da superuomini e sfide da uomini. Vince chi riesce a fonderle in un tutt’uno, ma nessuno ne è capace. Quando un padre, firmato dal regista esordiente Mark Williams con un passato da produttore (The accountant), racconta le difficoltà di Dane Jensen (Gerard Butler già visto in Attacco al potere e 300) nelle vesti di un cacciatore di teste in competizione con una collega per il posto di presidente dell’azienda nella quale entrambi lavorano. A prevalere sarà chi comanda la squadra in grado di totalizzare il maggior numero di incassi, al di là dei contratti firmati. La contesa non ha esclusione di colpi, sono validi perfino i più bassi che non sono quelli sotto la cintura ma alle spalle.

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A perdere la partita – e questo non è il finale del film – sarà l’uomo, non tanto in omaggio a una sorta di femminismo al contrario, ma in quanto simbolo travolto di una vita che va oltre la professione. È una disgrazia, nelle sciagurate vesti di una leucemia, a insinuarsi nella sua famiglia colpendo il maggiore dei suoi figli. La dedizione totale a favore del bambino sottrae al protagonista il tempo necessario per raccogliere contratti e sconfiggere la concorrenza. Ne esce con le ossa rotte ma un’esistenza nuova gli restituirà una dimensione e una prospettiva diversa e più gratificante. Il lieto fine, che stempera quasi due ore di dramma puro in un contrasto di tinte addirittura sorprendente, libera gli spettatori con il sorriso e un’animo sollevato, ma derubrica il film in una valutazione di merito penalizzata. L’epilogo all’americana, che offre una via di fuga perfino all’irreparabile, precipita l’opera in una sorta di dimensione favolistica, pur senza esserlo. E la fiaba si compiace nel genere fantasy e in buona parte dei cartoni animati, sfuggendo invece a un’impronta decisamente drammatica quale invece risulta il film di Williams nella quasi totalità della sua durata.

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Quando un padre fa luce sul mondo dei cacciatori di teste, smascherando i mezzucci – più che i segreti – di una piccola galassia in cui la competitività arriva alla frontiera più esasperata. Di rado il cinema si è soffermato su questo aspetto che stavolta appare messo a nudo completamente. Tra i pregi va segnalato l’uso ponderato e strategico della colonna sonora di Mark Isham che sposa musiche in netto contrasto, tra l’uso di accattivanti sintetizzatori elettronici e malinconici archi. Gli innovativi spartiti di Brian Eno si sposano perfettamente nel contesto moderno e commerciale della vita lavorativa di Dane, sottolineandone divertimento e frenesia. Le martellanti composizioni elettroniche creano invece tensione e inquietudine crescente, ma si spezzano cammin facendo quando il protagonista lascia che sia la vita familiare a prendere una preponderanza su quella lavorativa. Non appena la storia di Dane imbocca la strada delle emozioni, gli archi prendono il sopravvento. Colpiscono al cuore. Direttamente. E accompagnano il pubblico verso luce e gioia che contrassegnano l’epilogo. Quando un padre è titolo che manca di un verbo reggente. Tutto è possibile in questo piccolo universo indistinto, popolato da buoni e cattivi che sembrano tali indipendentemente dalle loro scelte e paiono marionette di cui solo il destino regge i fili. Tranne quell’uomo al quale si allude che resta orfano della sua stessa azione. Ognuno è libero di aggiungervi il significato che crede, cambiando – idealmente – parola. Quando un padre non si sbilancia. A compromettersi sono gli spettatori chiamati tacitamente a scegliere quel verbo che l’edizione originale non ha nemmeno contemplato. A family man offre una chiave di lettura che non richiede verbi da coniugare. Almeno all’apparenza.

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