loie1Spenderò tutto il mio oro per regalarle un teatro.

 

Il confine di una donna è il corpo. Nascosto. Esposto. Preteso. S-velato. Un perimetro discusso che suscita concupiscenza. Emulazione. Disprezzo. Dolore. Estasi. È paradiso e inferno al tempo stesso, opposti coincidenti come un’alchimia di laboratorio. Il corpo di Loïe Fuller è uno dei più sognati. Si agitava sotto tessuti trasparenti e non importava quello che traspariva. Non doveva essere sensualità ma gioco. Luci e ombre che si fondevano e si svillaneggiavano. Schermaglie di una notte artificiale  solcata da raggi che ne dilaniano i tessuti. Loïe era figlia di un ubriacone, che le voleva bene. Poi fu ucciso al colmo di una sbornia, in una di quelle mattanze che solo gli invidiosi sanno costruire alle spalle di uomini ingenui, benché sbagliati. A Loïe non resta che fuggire. La madre non la ama perché non amava il padre. E lei fugge ancora. Uomini amano il suo corpo che è sogno e illusione. Soprattutto. È danza. Fascino al di là del visibile e dell’invisibile. Intuizione che anticipa la cinetica. Invade il campo della sartoria. Crea e disegna abiti che il suo portafogli non può permettersi. E la soccorre il cicisbeo. Sotto la fronda della Belle epoque nasce un mito. Al buio. In punta di piedi. Dietro le quinte. Si chiamava “serpentine dance” e divorava un pezzo di Loïe ogni sera, ma con quei numeri aveva stregato Parigi. La ville lumière di Toulouse Lautrec e Rodin, i fratelli  che inventarono il cinema ne restarono folgorati.

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La Fuller reinventò quella danza ogni sera. E ogni sera un frammento di lei moriva dietro quei bracci che faceva volteggiare nel vuoto per accendere la suggestione. L’effimero del volo di velo si coniugava con la tragedia di un corpo sognato e rincorso, voluto e preteso, che si consumava inesorabilmente sera dopo sera. Io danzerò di Stéphanie Di Giusto racconta la storia di questa ballerina dimenticata, interpretata dalla poliedrica Soko – la cantante e attrice francese di origini polacche Stéphanie Sokolinski – rincorsa e inseguita dagli uomini e dal suo sogno. Ma messa in crisi da una collega. L’astro nascente. Isadora Duncan, nelle fattezze di Lily-Rose Depp, figlia del pirata dei Caraibi, ma identica alla mamma che su un veliero non è mai salita. Eppure il palcoscenico del canto, Vanessa Paradis lo conosce bene. Il futuro compare all’improvviso davanti a un presente che è già passato. E Isadora entra nell’intimo di Loïe. Non c’è tensione. La Fuller vuol regalarle la cosa più preziosa che possiede. Il suo corpo. S’innamora di quella ragazzina, ma non c’è patina di omosessualità. È amore. E nulla ha di fisico ma tutto di metafisico, perché quella danza è sentimento e Loïe sa che la sua stella è al tramonto. La sua offerta viene rifiutata dalla giovane che non comprende l’equazione. Lo traduce nell’unica versione che conosce. Fama e denaro. Fugge e promette di tornare quando sarà famosa. Come in ogni epoque, la poesia del cuore s’infrange contro la seduzione dell’argent. E quella della celebrità.

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Io danzerò è il primo film di Stéphanie Di Giusto ed è stato presentato al Festival di Cannes 2016 nella sezione “Un certain regard”. Opera di grande suggestione e infinito fascino, riunisce due aspetti che rappresentano le passioni della regista. Moda e danza. O forse meglio, moda e cinema. Tutto nasce da una fotografia in bianco e nero finita nelle mani della Di Giusto. Rappresentava una ballerina che fluttuava nell’aria, avvolta in un vortice di veli. La dicitura, sintetica, forniva il nome di quella sconosciuta. “Loïe Fuller, icona delle Belle Epoque”. La ricerca è iniziata da lì e ha portato lontano, a un film intero. Moda e danza si incrociano e si lasciano interpretare dal cinema, attraverso l’obiettivo di una donna che, prima di arrivare sul set, si è occupata di fotografia ed è stata lei stessa creatrice di linee di abbigliamento per Vanessa Bruno, nella collezione primavera-estate 2010, poi diventata a usa volta un cortometraggio di Lou Doillon. Io danzerò porta in primo piano la favola di una ragazza povera che insegue il suo sogno, una sorta di Cenerentola alla quale non interessa alcun principe azzurro, anzi sembra quasi che le diano fastidio. Ama l’illusione. Crearla e subirla. Ancora una volta è il mistero del corpo. Il perimetro di una donna. Rincorso. Inseguito. Talvolta perfino pagato. Il confine che offende e distende. Pur sempre una soglia. Il limitare dei sensi e talvolta dell’arte.

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