LF_01278Molte persone sono state separate e divise dai loro sogni

 

L’Africa sotto scacco di se stessa. La guerra civile, quella che non guarda in faccia nessuno, vista dagli occhi delle missioni umanitarie. Medici senza frontiere, la più pacifista delle spedizioni non politiche nei luoghi dove la pace è un concetto senza tempo e senza tetto. Senza vita né peccato. Mutilazioni fisiche e morali. Oltraggi alla dignità. Prevaricazioni, condite da irrisioni al diritto di vivere. Sudan. Sierra Leone. Liberia. Nomi noti alle cronache. Nomi da disperati. Tredici anni di sofferenze, alternati all’Occidente composito e azzimato di giacche e cravatte e party in nome della solidarietà. Mondi a contrasto che si contrappongono, quasi non fosse possibile l’interazione. In mezzo, i medici di campo, quelli che fanno trasfusioni con poco sangue e il rischio che sia infetto. Quelli che devono decidere a chi darlo perché non ce n’è per tutti. Quelli che rischiano di “condannare a morte” qualcuno pur di salvare qualcun altro perché tutto scarseggia. Anche le medicine. Rubate dall’arroganza di guerriglieri fantasma, spuntati all’improvviso dal nulla per rapinare i bianchi. Nonostante appartengano al cuore di chi vuol fare del bene. Curare. E, se possibile, guarire.

Il tuo ultimo sguardo di Sean Penn è un film già visto che apparentemente stride con il nome del regista, già vincitore di due Oscar come attore per Mystic river di Clint Eastwood e Milk di Gus Van Sant. Tuttavia l’ex marito di Madonna ha una sensibilità particolare per il dolore sociale. L’angoscia che trae origine dalle guerre fratricide e dalla diseguaglianza del Terzo Mondo rispetto allo sviluppo e al progresso. Esattamente la cifre che divide la coppia formata da Miguel Leon (Javier Bardem) e Wren Peterson (Charlize Theron), medici appunto senza frontiere, dalla moltitudine di selvaggi combattenti che uccidono i poveri e rubano il nulla a chi nulla già possiede, se non la sola possibilità di respirare una vita nella speranza di una ciotola di riso marcio. Miguel e Wren sono i due lati di un amore controverso. Vivono una relazione costruita sul sentimento in mezzo alle sofferenze, ma sono entrambi – nel loro intimo – il corrispettivo della situazione generale nella quale vivono e lavorano. L’uomo è il cacciatore che cerca prede. Conquista i cuori femminili nelle pieghe di un mondo che vacilla nella sofferenza. Si lega a Ellen (Adèle Exarchopoulos già vista ne La vita di Adele  di Abdellatif Kechiche) e la tradisce con Wren. Il chiarimento fra le due donne è sterile come l’effetto di tante missioni umanitarie. E mentre Miguel è il volto triste dell’amore, le due donne rappresentano invece l’innocenza della sofferenza, come i tanti popoli vessati e massacrati da una guerra senza ragione e senza scampo.

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Al chiuso di una coppia che ha varie declinazioni femminili si scorge dunque la stessa divisione cui si assiste nel contesto più generale dove i guerriglieri sono la violenza che uccide e le popolazioni inermi le loro vittime incolpevoli. Il dramma sentimentale scompare. Annega nell’angosciosa e angosciante carestia di valori che spingono alle efferatezze più spregiudicate i torturatori del Darfur come della Liberia e della Sierra Leone. Dove i bambini usati come scudo umano e uccisi per salvare i peggiori vengono messi a nudo e spinti sotto gli occhi dello spettatore, in sequenze che costano un prezzo alto anche per l’occhio di chi le guarda. Come il bambino cui viene messa in mano un’arma per uccidere suo padre, ma finisce invece per rivolgerla verso se stesso, cercando – e forse trovando – nella morte l’unica liberazione a quell’inferno. Disperato come il pubblico che osserva. Quarta parete di una tragedia spudorata. E colpisce che un’umanità così sconvolta derubrichi anche lo stupro a una pratica corrente, quasi normale. Tra le tante infamie sottolineate da Sean Penn, questa sfugge perché, nella logica mostruosa e ossessiva dei conflitti, l’abuso sessuale altro non è se non un fatto corrente. E chi ieri è stata seviziata oggi ride e balla negli isolati attimi di serenità che fanno la loro apparizione fantasma nella guerra civile. Questo è forse lo spessore che consente a quest’opera di risaltare al cospetto dei tantissimi film che inquadrano i conflitti – civili o politici – visti dalla prospettiva di terzi. Tra i tanti il recente Perfect day di Fernando Leon de Aranoa del 2015. Se altrove si glissa e le sofferenze sono argomento di discussioni e circostanze, Sean Penn intinge la macchina da presa nel sangue. E ciò non avviene certo per il gusto volgare di bagnare con le ferite i propri fotogrammi, ma per mostrare ciò che in Occidente arriva filtrato da racconti orripilanti quanto già mitigati. Così, le immagini e la fotografia acquisiscono un valore fondamentale ne Il tuo ultimo sguardo, presentato a Cannes nel 2016 e accolto tiepidamente dalla critica al punto da uscire in Italia in un periodo che equivale a passare inosservato. Eppure vedere quelle sofferenze significa viverle. Provare il sapore acre di quegli attimi. Quei momenti durati anni. Ma già così terribilmente lontani dalla memoria e dal tempo.

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