969336Io, fortunato, perché in guerra facevo il lavoro meno pericoloso

 

Lucky è fatto così, un uomo ritroso quanto determinato. Uno che vive del suo e poco si interessa ai casi degli altri. Vive al confine con il deserto e non ha lo sguardo perso nel vuoto, ma è alato di solitudine. Di quell’essere soli che non confina con la nostalgia o con la malinconia ma con l’amarezza di una routine che non protegge e annienta le ore. Le corrode. Le uccide. È assenza di vita nella stessa misura di cui rende i giorni identici come se fossero coniati da uno stampo unico. E a 91 anni diventa un disastro. Perfino la malattia lo rifugge. Nemmeno lei accompagna questo vecchio, temprato da una vita fatta di tutto, in cui tutto si è dissolto. Irrimediabilmente. Irreparabilmente. Tranne l’amore e la voglia di amare. Unico spirito motore. Vive di poco. Innaffia i cactus. Inventa telefonate con interlocutori che non esistono. Sogna litigi con rivali lontani. Accende polemiche con il sarcasmo dell’indomito. Di chi ha ancora voglia. Di vivere. E di mordere i giorni.

Lucky di John Carroll Lynch, presentato a Locarno e in arrivo anche in Italia, Spagna e Canada che ne hanno già acquistato i diritti, punta in alto e ha grandi ambizioni. Il regista che ha recitato in alcuni tra i più prestigiosi film recenti – da Fargo di Ethan e Joel Coen a Shutter island di Martin Scorsese passando per Gran Torino di Client Eastwood – esordisce dietro la macchina da presa con il mestiere di un veterano e arruola come protagonista Harry Dean Stanton, uno dei più grandi caratteristi di Hollywood con una carriera lunga chilometri di celluloide, costellata di successi fra i quali spiccano Pat Garrett & Billy the kid di Sam Peckinpah, Paris, Texas di Wim Wenders, L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese e la lista è sterminata. Per Stanton, Lucky è forse l’ultima puntata di una favola infinita. Per Lynch, l’inizio di una nuova vita. E le stelle sorridono all’uno e all’altro. Il film ha tutte le credenziali per vincere il concorso e il viso stanco ma tutt’altro che arrendevole di Stanton si affaccia in ogni angolo di strada e di via. E strappa sempre un sorriso e un sogno. Lui che, laggiù, in quel deserto che sembra privo di forma vitale, ha acceso di entusiasmo “il bel mezzo del nulla”. Il combattivo vecchio cowboy che innaffia i cactus in mutande con i camperos e fa le flessioni ogni mattina fumando migliaia di sigarette non accetta la piatta quotidianità. Disprezza con lo sguardo due giovani omosessuali in un saloon, una bestemmia per il macho americano formato Clint Eastwood che sembra trovare in Stanton, quasi coetaneo, la sua versione perpetua.

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Lucky è intramontabile. Per la donna nera che va a trovarlo, temendo che non stia bene e per il medico che gli regala un lecca-lecca, premio per una salute di ferro, non intaccata neppure dall’overdose di nicotina. Lucky è innamorato della vita. E rinasce incontrando un ex commilitone. Ricorda senza lasciarsi inghiottire dall’imbuto melenso del passato perduto. Finalmente trova tracce di esistenza e altre, altre e altre ancora, capaci di alterare il nulla di un paesaggio esterno che riflette il panorama interno del suo io. Lucky ha vinto, il locale da cui era stato cacciato ha chiuso per sempre. La donna che lo rimprovera, impedendogli di fumare nel proprio bar si arrende al sorriso beffardo del vecchio, lontano galassie dal centenario al capolinea. Il declino è degli altri. Lucky è terapia pura per chi, davanti a sé, non vede altro che il deserto.

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