969151Dice la leggenda: i lupi mannari nascono dall’unione fra una donna e un prete o fra una persona sposata e un’altra libera

 

Notti di luna piena. Notti di trasformazioni. Carni dilaniate. Ululati e angosce. Il lupo che non ti aspetti nasce al colmo di una gravidanza che coinvolge in un tutt’uno due donne disperate. La prima, abbandonata dall’uomo che la sta per rendere madre, la seconda – senza lavoro – “sbranata” da un’affittacamere che non lascia tregua ai suoi debiti. Il bigotto cattolicismo brasileiro è la cornice di un dramma che potrebbe risultare goffo e invece riscatta uno status più che abile nella cineteca del festival di Locarno dove Le buone maniere di Marco Dutra e Juliana Rojas affascina per il suo molteplice volto di storia al confine tra la commedia, il dramma e l’horror. Tre generi all’apparenza perfino inconciliabili, che tuttavia la coppia di registi ha saputo amalgamare e mescolare con sapiente abilità. Il risultato è convincente e, più che un mutar pelle, il film si limita a cambiare tono passando anche per poche riprese da una categoria all’altra con una disinvoltura che non disturba lo spettatore in questo andirivieni. A rendere appetibile il piattino cinematografico si aggiunge una trama che ha al centro due donne unite dal destino e dalla casualità, trovatesi ad allevare un bambino apprendendo che il piccolo è in realtà un lupo mannaro. Buono d’indole finché si vuole, ma famelico e aggressivo come comanda la natura bestiale a cui appartiene. In realtà il piccolo è un’eredità, la madre non sopravvive al parto e lo lascia alla cameriera nera con la quale condivide i giorni. Il bimbo e la sua balia crescono insieme e consolidano nei giorni il loro rapporto che vive momenti di difficoltà quando il piccolo realizza di non essere figlio di quella madre trovata  per via. Siccome i lupi mannari non esercitano fascino ma terrore, nelle comunità in cui vai trovano la guerra è assicurata, però a combattere stavolta non ci sarà solo l’animale.

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I temi offerti alla discussione sono numerosi e, partendo dalla leggenda, arrivano a toccare argomenti attuali e quotidiani. Il più evidente è la diversità, valutata attraverso una doppia prospettiva. Il lupo all’interno della collettività umana, cioè l’Altro da sé che rappresenta il non conosciuto, è l’elemento esterno ed estraneo. L’insidia temuta. La frontiera della pericolosità, sociale e naturale. A ciò si aggiunge un’altra diversità, né sentimentale né erotica, anello di congiunzione delle due protagoniste. Il loro rapporto saffico è la negazione dell’omosessualità fine a se stessa e invece l’affermazione di una volontà di possesso che va decisamente al di là dell’affetto e dell’attrazione. È una forma di desiderio che soddisfa l’istinto famelico. Il cibarsi di un’altra persona. Non è un caso se l’occasione in cui si accende la scintilla non sia nulla di poetico ed emozionale, ma la voglia di mangiare la “compagna”. La carne che manca dal frigorifero. Rappresenta l’atto del divorare e si traduce nello sbranare quell’insolita cameriera. Averla. Possederla. Con il gusto del palato, non dei sensi. Il passo che porta all’alimentazione come aspetto discriminante fra le tematiche de Le buone maniere è breve. Quasi immediato. Il piccolo dalla doppia vita – bambino di giorno e lupo di notte – viene educato ad abitudini vegetariane. La forzata e imposta lontananza dalla carne si sposa con la volontà di sedare la voracità di un animale per natura aggressivo. La decisione, strategica per tenere sopiti istinti che consentano al bimbo di ambientarsi nel consorzio umano, viene disattesa alla prima occasione in cui resta solo con un’improvvisata bambinaia. E alla natura viene immediatamente restituito ciò che le era stato sottratto. Il piccolo torna lupo a tempo pieno. E a tempo pieno divora i “suoi” simili.

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Come spesso accade la diversità crea schieramenti e le fazioni avverse finiscono per combattere. In questa cornice fanno ingresso sulla scena i pregiudizi e un’aggressività che a quel punto diventa caratteristica comune dei due opposti rivali. A trionfare è la sconfitta dell’uomo e dell’animale. Tutti, in un’unica soluzione, precipitati nella babele dell’odio indiscriminato e spesso immotivato. Restano i meriti di un film che si riscatta anche dal campanilismo delle convenzioni. Il Brasile non soltanto regala un’opera di spessore ma apre lo spiraglio a una critica contro se stesso. Il bigottismo che confina con la superstizione. Le divinità ridotte a statuette vuote. A credenze insulse. Quasi allo scongiuro. Una bontà finta che odora di beffa. Irrisione. Materialismo. Superficialità. E così sia.

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