963669Mi hanno aggredita e non sei stato capace di difendermi

 

Tutto cominciò casualmente, come del resto ogni disgrazia. O, forse meglio, ogni sciagura. Trattasi però di quelle che non capitano accidentalmente, ma per determinazione ad autodistruggersi da parte del protagonista. E David, buon ragazzo di provincia, che mette incinta la fidanzata e le promette di diventare il miglior padre del mondo, si trasforma nella peggior copia di se stesso. La parabola discendente che precipita l’uomo verso l’abisso è una china senza fine, dall’incedere angoscioso e interminabile. La faccia presentabile e accattivante della droga, nel suo subliminale introdursi nei giorni, attraverso il viso di un pusher travestito da allenatore. La vicenda è costruita su un’equazione semplice. Un giovane vuol crescere muscolarmente per proteggere dai malintenzionati la fidanzata, ormai quasi moglie, ma perde di vista se stesso. Si fida di persone sbagliate e luoghi che dovrebbero essere sicuri, come le palestre, dove invece si annidano rischi subliminali e anguilleschi.

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David diventa dunque Goliath in un percorso al contrario in cui il piccolo uomo, sommatoria di virtù e intelligenza come la figura biblica cui sembra riferirsi, si trasforma in un gigante privo di senno e quindi vulnerabile da tutti i piccoli Davide che incontra sulla sua strada. Perde la reputazione e il lavoro. Esaurisce il credito di stima della ragazza e diventa un animale nel senso più deteriore. Goliath di Dominik Locher, film svizzero in concorso a Locarno, se la giocherà ad armi pari con i candidati più autorevoli al Pardo. E non significa certo vincerlo, a ben guardare le evidenti preferenze verso cinematografie esotiche e in via di sviluppo come quelle che hanno prodotto i film premiati negli anni scorsi. Dal filippino From what is before di Lav Diaz – 6 ore di film – al bulgaro Godless passando attraverso il coreano Right now, wrong them. La sfida quindi è tutt’altro che scontata, ma la denuncia che pervade l’intero intreccio rende Goliath un film importante e attuale. Gli anabolizzanti finiscono alla sbarra, non certo in omaggio a tanta retorica d’accatto, ma in parallelo con l’eroina di qualche decennio precedente. La dinamica e l’esito sono gli stessi. A rendere gli steroidi apparenti compagni di viaggio di assoluta fiducia è l’effetto ad essi connesso, cioè il potenziamento corporeo e muscolare che dovrebbero favorire. Il meccanismo si rivela invece più infido e poco importa chi – e per quale ragione – distribuisce queste sostanze. Il crinale verso l’abisso inizia entrando nella spirale della dipendenza. E Davide-Goliath si “alimenta” di iniezioni tenute nascoste con l’unico effetto di rendere indispensabile la palestra non per consolidare un’attrezzatura muscolare che la chimica plasma autonomamente, quanto per sfogare l’esuberanza e l’aggressività in eccesso, causata proprio dall’abuso di quei composti.

Il percorso si completa sfociando nell’irascibilità che altera completamente la psiche del personaggio. Goliath non è insomma lo stesso uomo che era stato David e la sua compagna se ne rende conto. La trama però è evidente soltanto all’apparenza. Dietro l’irrobustimento fisico si nasconde il crollo dell’individuo dal suo lato morale ed etico. Il suo stemperarsi. Distruggersi. Corpo distinto da razionalità in un percorso inversamente proporzionale, in cui consolidando l’uno si depaupera l’altro fino all’annientamento. Goliath è un film dalla grande potenzialità didattica e sociologica. Anche gli stupefacenti che hanno accompagnato quest’ultimo mezzo secolo, oggi ha cambiato contorni e caratteristiche. La smania di evadere dalla realtà che coniugava le depressioni psicologiche anni Settanta oggi sono diventate la sfida della robustezza. Accumulare muscoli dispetto di una fragilità morale che uccide.

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