EASY1Take it… Easy

 

 

 

La battuta può sembrare scontata. Ma Easy non è la parola più facile della lingua inglese, bensì un diminutivo. È un modo buffo per abbreviare un nome insolito. Isidoro. Un’extralarge che si fa beffe del quintale e non solo lo passa allegramente, ma vi aggiunge chili su chili con un’alimentazione che, definire scriteriata, è poco. Isidoro ha un cuore che fa rima con il suo nome. Ed è un perdente. Uno di quelli che arriverebbe secondo anche se fosse l’unico a partecipare. Non è un caso se indossa una maglietta con quel numero. Si ferma a pochi metri dal traguardo nelle gare di kart che appartengono al suo passato e in quelle con il montacarichi che rappresenta un presente sconsolato. Una di quelle competizioni, appunto, in cui si arriva secondo anche se in pista non c’è nessun altro. Ebbene Easy ha un’opportunità per mostrare di quale pasta è fatto. E il destino gli affida la bara di uno sconosciuto da portare dal Friuli in Ucraina. Migliaia di chilometri di protervia e pervicacia per raggiungere l’obiettivo. Una sfida che Easy aveva visto solo nell’immaginazione. Un viaggio che assomiglia a una via crucis più che a un miracolo. E quel giovane da tripla x a dover superare imprevisti che in realtà rappresentano le difficoltà. Gli ostacoli. Quelli che Isidoro non aveva mai pensato di riuscire a buttarsi alle spalle. E, per virtù di paradosso, arriverà in uno sperduto cimitero nella locale cerimonia funebre in onore del caro estinto.

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La partenza è di quelle verosimili. Un carro funebre. Un autista, sia pur insolito. Alle tentazioni e al passato è impossibile resistere e il compassato guidatore sovrappeso, che ha un curriculum da pilota di kart, ma ha dovuto scendere dal prototipo perché non entrava più nell’abitacolo, si risveglia dal suo presente di pensionato delle gare per bruciare un altro automobilista. Easy non molla. Subisce multe e furti. Si ritrova a piedi e deve affrontare perfino i fiumi e gli scoscesi pendii dei rilievi ucraini per giungere a destinazione. Nonostante tutto vince l’unica gara dove l’avversario è se stesso. Rischia l’arresto e tenta la fuga senza mai perdere d’occhio quel compagno di viaggio che ha già raggiunto la pace eterna. Easy di Andrea Magnani, alla sua prima prova con un lungometraggio, è un road movie di qualità che valorizza l’aspetto ironico senza mai cadere nella volgarità o nell’offesa religiosa, facendo dell’iperbole la cifra del suo spessore. A metà strada fra il grottesco e la satira sociale con un fondo di amarissima verità, Easy evidenzia più di un aggancio con l’attualità sociale, restituendo al film un valore aggiunto, ben difficile da trovare in altre opere, specialmente di esordio. Perché Easy non è soltanto il parametro di un perdente a caccia di riscatto, voluto o casuale. È il volto dell’immigrazione e del mefreghismo italiano che tratta la manodopera straniera – sfruttata e sottocosto – come carne da macello.

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Il defunto, che il protagonista – interpretato da un eccellente caratterista come Nicola Nocella – accompagna alla sua ultima dimora, è una vittima delle morti bianche in fabbrica. L’imprenditore senza scrupoli cerca di nasconderne le tracce rispedendo di soppiatto in patria quel cadavere ingombrante, facendo leva su un fratello ingenuo con la passione repressa per le auto e la velocità. Se quell’uomo si rivela dunque il simbolo di un sottobosco industriale con l’indifferenza e il cinismo come caratteristiche più evidenti, Easy rappresenta la riscossa del debole e – allo stesso tempo – il disvelamento di una realtà con i suoi colori, benché scialbi, man mano che egli si addentra nei paesaggi rurali dell’Est, oggi scomparsi a casa nostra. Il progressivo apparire di questo contesto socio economico sparito viene annunciato dalla rasatura della barba di Easy. Due dinamiche opposte del nascondersi, insomma. Una realtà celata dietro una fuga che a sua volta acquisisce limpidezza nel viso scoperto del protagonista che si accoppia esemplarmente con la faccia genuina di un contesto ruspante, oggi introvabile in un Occidente martoriato dall’immigrazione selvaggia e dalle sue implacabili conseguenze. Come pure il voler nascondere una morte accidentale. Forse fin troppo blindata dietro le risate di questa tragicomica favola a “lieto” fine. La sepoltura.

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