D2Rosso di fuoco e di sangue. Di onde in fiamme. Rosso come l’inferno in terra, anche se il mare ha un modo singolare di considerarsi parte del pianeta. Assomiglia a una zona franca di cui nessuno è padrone. In guerra e in pace. Un gigantesco sepolcro dove tutto ciò che affoga viene inghiottito dal nulla, come se non fosse mai accaduto. E nemmeno esistito. Come se quel baratro non contenesse altro se non l’anima di se stesso. Sotto il pelo di quell’acqua, sorprendentemente e inspiegabilmente sempre uguale, si nascondono relitti e delitti. Ricordi. Tracce di morte e, appunto, di sangue. Frontiera del rimosso, ma pur sempre frontiera, intesa come limite invalicabile. Soglia d’arresto. La battaglia di Dunquerque, combattuta tra la fine di maggio e i primi di giugno 1940 ha dimostrato che ogni confine ha il suo margine di superamento. E che, in fondo, ogni tragedia e ogni sconfitta può legittimamente essere interpretata anche nel suo senso contrario.

Dunkirk di Christopher Nolan è il film evento d’avvio della nuova stagione cinematografica e celebra l’operazione Dynamo, sacra soltanto per la corona britannica. I fatti vollero che le truppe naziste spingessero gli inglesi verso la costa della località francese dove maggiormente difficile risultava l’approdo delle navi che avessero voluto rimpatriare i soldati in ritirata. La bassa marea rendeva le operazioni maggiormente difficili al limite dell’impossibilità. Fu in quell’emergenza che ai privati venne diffuso l’invito del governo a contribuire con mezzi nautici personali al salvataggio dei militari. In sostanza pescherecci e proprietari di imbarcazioni si misero al servizio della Difesa per riuscire laddove, alle grandi navi, era proibito. La missione riuscì e le truppe di Sua Maestà furono risparmiate dall’annientamento benché comunque le perdite si fossero fatte sentire. Da un punto di vista strategico era importante evitare di essere debellati perché avrebbe lasciato Hitler senza avversari nel momento dei suoi maggiori successi. Ne esce un’opera fortissimamente anglocentrica come lo è l’argomento stesso. La battaglia di Dunquerque è rimasta nel mito e nella leggenda solo per l’Inghilterra che ha intravisto nel salvataggio dei suoi soldati l’unico argine alla strapotere del Terzo Reich.

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Christopher Nolan, da perfetto suddito della regina, ha versato il suo obolo all’agiografia storica del suo Paese e, dopo aver condotto lo spettatore nella buia e nera Gotham city di Batman come nella Los Angeles di Insomnia, ora lo conduce sulle rive della Manica in una delle parentesi belliche del secondo conflitto mondiale meno note e sentite al di fuori di Albione. Dunquerque – mito o leggenda, disfatta o successo a seconda delle prospettive – è rimasto un episodio abbastanza marginale nell’economia di una guerra che ha riservato altre e ben più angoscianti sorprese. L’equazione inglese sta dunque in quel teorema che gli storici da sempre aborriscono e non considerano come una strada perseguibile. Cioè la via dei se e dei ma. Come già anticipato, se l’esercito britannico fosse stato distrutto, l’esercito tedesco avrebbe avuto via libera nella conquista dell’isola e di quella fascia d’Europa in cui non si sarebbe ritrovato altri rivali. E ciò potrebbe anche risultare credibile, ma la Storia vive della considerazione dei fatti, ovvero ciò che realmente è accaduto non ciò che – probabilmente – era all’orizzonte nel caso in cui si fossero realizzati altri scenari.

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Allo stesso tempo, discutibile è il concetto di eroismo, anch’esso poco percepibile al di fuori della Gran Bretagna. Essere riusciti a ricondurre in patria soldati altrimenti destinati alla macellazione sulle spiagge del nord della Francia è indiscutibilmente un’impresa, ma viene legittimamente da domandarsi se fosse stata una grande intuizione dello Stato Maggiore non prevedere che una simile eventualità avrebbe potuto piegare le truppe di Sua Maestà rendendo difficoltoso il salvataggio per una nazione che, da sempre, ha avuto nella Marina il suo punto di maggior forza. Visto da questa prospettiva, il millantato eroismo inglese di Dunquerque risulterebbe ridimensionato. E, come tale, lo ha interpretato il mondo che si è tenuto discosto dall’attribuire agli inglesi la salvezza universale nelle vicende che hanno seguito lo scontro sulla Manica. Tutto ciò premesso, ne consegue che i piani siano un po’ falsati soprattutto nella dimensione del mito che si traduce nell’attribuzione di un significato e l’epilogo con i giornali dell’epoca che celebrano l’impresa suona un po’ beffarda al di fuori dell’orgoglio britannico se si considera che l’operazione Dynamo evitò un massacro ma non celebrò successi.

Il film, attentamente e abilmente distinto in tre capitoli – la terra, il mare, il cielo – per distinguere la triplice prospettiva da cui vedere lo svolgersi della battaglia, è un avvincente rappresentazione della guerra che, nella sua fase acuta, resta la cornice generale in cui tutto si inserisce. Scarne le storie individuali e risalto maggiore alla collettività dei soldati e alla rivalità con il nemico, raramente inquadrato in primo piano, sempre riservato all’esercito reale in difficoltà. Fino alla conclusione un po’ fiabesca, anche se reale con l’arrivo dei mozzi e delle barche in grado di salvare i soldati e spingersi fino a riva nonostante la bassa marea. Eccellenti le riprese su pellicola da 70 millimetri che consentono una definizione minuziosa di cui trarrà giovamento chi assisterà a Dunkirk nei cinema tecnologicamente più avanzati, rinunciando a visioni domestiche nelle loro varie declinazioni, per quanto curate.

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