images-1Juan ci ha visti e lo dirà a papà e a Salvador…

 

 

Una bugia non cancella un passato di colpe. Morti. Malattie mentali generate dall’angoscia di una coscienza ferita. Offesa. Frantumata da un rapporto sessuale proibito. Oltre il limite. Oltre il lecito. Al di là dell’orrore. Al di qua dell’incubo. Neve nera di Martin Hodara, regista argentino emergente di 49 anni, è il racconto di una famiglia attraverso un tabù. Un passo impossibile compiuto al buio di un segreto. Ma anche le tenebre hanno la loro luce. Fioca, talvolta. Opaca, sempre. Filtra i raggi di un divieto maciullato, che si vendica rendendo capaci di commettere altri delitti, nella convinzione di ammutolire testimoni ingombranti, ai quali non dover più render conto in eterno di un peccato inconfessabile. Così accade a Marcos, unico superstite, apparentemente sano, di quel segreto che solo il film, nella sua intima confessione, potrà svelare. Abbatte a fucilate il fratellino, ma si convince che si sia trattato di un incidente di caccia. Vuol darlo a credere a se stesso. È l’unica difesa contro l’altra possibile via di uscita. Il precipizio della propria fine. Morale. Umana. Materiale. Convincersi del contrario per eliminare il trauma. Altrettanto risulta incapace di raccontare la verità anche alla donna che ama e sta per dargli un bimbo. Si nasconde dietro una bugia che non è menzogna, ma l’unica forma per restare vivi. Resistere a quel dramma che conduce all’annientamento.

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Fatto invece accaduto a Sabrina, sorella di Marcos, che non è stata capace di raccontare a se stessa una bugia ugualmente convincente. Resta a occhi sbarrati. Uccisa dal suo segreto. Condannata al patibolo permanente dal non poter dimenticare. Ma viva, terribilmente viva in un ospedale, divenuto la sua casa e la sua prigione. Lo scacco in cui la vita confina la morte, restando tuttavia una forma di assenza-presenza in cui l’una finisce per confondersi nell’altra, senza soluzione di continuità. Lasciandola prostrata, in balìa di un mantenimento in cura che testimonia come la vita sappia essere una morte che dura tutti i giorni. Salvador, il terzo fratello, è anch’egli un recluso. Confinato nelle terre che custodiscono il dramma inconfessabile. Vive con un fucile e un desiderio di uccidere, deviato perennemente da un colpo in aria all’ultimo istante. Disprezza tutto ciò che lo circonda. Internamente ed esternamente. Rifiuta ogni contatto con un passato che odora di presente. E un presente che richiama il passato. La visita inattesa di Marcos per seppellire le ceneri del padre accanto al corpo del piccolo Juan, ammazzato dalle colpe di altri, lo riporta faccia a faccia con quell’opprimente angoscia che lo ha ridotto un uomo incapace di rapporti sociali. Il fratello gli presenta la sua compagna, ma una nuova infinita lite esplosa a calci e pugni ricondurrà proprio Salvador nell’abisso del buio eterno. Sarà Laura, in attesa di un bambino, a trovare la traccia e capire la realtà – nero su bianco – di quella colpa che ha sterminato una famiglia. Un biglietto scarno. Poche parole. Eredità di una tragedia.

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Neve nera è il secondo film di Hodara e il primo ad arrivare in Italia. Dotato di una costruzione attenta e ben studiata, tiene alta l’attenzione dello spettatore fino alle ultime scene nelle quali si rivela la chiave del dramma. L’unica caduta, per insistente ripetitività, è dovuta agli incisi con i richiami al passato, svelato solo in parte. Lasciando all’oscuro lo spettatore, finiscono per far apparire la trama più banale di quanto invece non si riveli. Insolita e pregevole è anche la tecnica narrativa che racconta il decadimento di un’intera famiglia attraverso le colpe dei suoi figli. Il denaro vi ha una parte complementare e sembra quasi il pretesto per mettere a confronto i fratelli sul loro ingombrante e scomodo passato. È piuttosto la corruzione dei costumi e dei sentimenti a prendere il posto principale in questa storia di straordinaria mediocrità umana e morale.  Sabrina, Marcos e Salvador sono i perdenti, ma al tempo stesso gli artefici della loro sconfitta. Non hanno saputo gestire i loro comportamenti prima di un errore che li ha penalizzati e altrettanto si sono dimostrati incapaci di fare anche successivamente. Resta la speranza che illumina un finale sorprendente in cui una nuova bugia cerca di seppellire nuove responsabilità. E proprio questo, in fondo, è il senso. Una menzogna di cui convincere se stessi non cancella le conseguenze di un errore, ma le accresce e soltanto la consapevolezza delle responsabilità può consentire di superare i drammi. Potrà sembrare un ovvietà, ma come tutto ciò che è evidente, si rivela invece più profondo di quanto si pensi. A proposito, per svelare il segreto di Juan, Marcos, Sabrina e Salvador occorre vedere il film…

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