noiSarai di un’altra che ti sorriderà. Io sono malata, perdendo me, non perdi nulla.

 

 

Maddy (Amandla Stenberg) ha diciotto anni e soffre di un deficit immunitario che la espone a tutti i virus e batteri. O almeno, così si crede. Risultato. La mamma la isola in una casa totalmente asettica, cucita su misura per lei. Tutto è perfettamente irradiato in modo da non produrre agenti patogeni. Solo tre persone sono ammesse, previa depurazione in una sorta di anticamera che consente l’ingresso soltanto una volta perfettamente sterilizzati. Abiti compresi. L’accesso proibito agli estranei, filtrato attraverso un citofono e la severità dei tutori di Maddy, diventa un gioco quando a varcarlo è l’amore. Non ci sono ostacoli né asperità. Solo una strada invisibile che conduce al cuore. Maddy ama Olly. E Olly ama Maddy. Ma a una ragazza alla quale è precluso uscire di casa è permesso poter vivere appieno la felicità di un sentimento… Noi siamo tutto, firmato dalla regista canadese semi esordiente Stella Meghie, nasconde una vicenda più complessa e mette faccia a faccia due famiglie opposte, ma entrambe sfasciate. Una per colpa del destino che su una strada vigliacca ha ucciso il padre di Maddy e il suo fratellino lasciandola orfana con una madre vedova. L’altra per colpa di moralità distrutte. Olly vive il dramma dell’alcol che opprime il papà, troppo spesso aggressivo e manesco con la mamma. Eppure, entrambe le tragedie hanno il volto della tenerezza. Visi puliti dove il desiderio di amare è più forte dell’odio. Invisibile cemento di sensazioni e sensorialità. Approcci e aspirazioni.

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Film dolceamaro che mescola la sofferenza vissuta con serena armonia alle occasioni perdute, Noi siamo tutto paga il prezzo di una storia abbastanza esile e quasi banale in qualche punto, culminante in un epilogo al saccarosio. Ma sarebbe sbagliato liquidarlo con severità, perché sotto una patina così apparentemente adolescenziale e scontata, si nasconde invece il vero tema. Ossia la pervicacia con cui un genitore si ostina a tener legata a sé una figlia per il timore di perderla, dopo aver riposto in essa l’intero scopo della propria esistenza. È l’opporsi al corso dell’esistenza. La malattia, insomma, si rivela un pretesto. Un falso scopo. Un’alterazione della verità. E ciò fa di Maddy una reclusa nelle mura amiche di una casa che diventa una prigione dorata. L’angoscia della sfortuna tuttavia si dissolve. La scienza chiarisce che la ragazza può vivere. In buona sostanza le viene imposta un’ossessione che le impedisce il contatto con i coetanei a scuola. La gioia dei primi amori. La serenità di una spiaggia baciata dal mare. Il divertimento. L’amore. In una parola, la vita. Questo spunto diventa ancor maggiormente significativo se rapportato all’epoca attuale dove – almeno in Italia – i tempi di uscita dei giovani dalle rispettive famiglie appaiono lunghissimi. Stavolta è però una madre a tenere la figlia sotto scacco per essere sicura che non la abbandonerà mai. Il comportamento della donna confina dunque con una forma di egoismo che il film tocca a malapena. Non si indaga approfonditamente. Nessuno risponde alla domanda che Maddy porrà, alla scoperta della sua salute, non forse integerrima, ma nemmeno malata come le viene fatto credere. E questa campana di vetro che cela la sua esistenza al mondo, risulta più fragile quando decide spontaneamente di frantumare ogni barriera e rincorrere spontanei attimi di felicità con un ragazzo del quale s’innamora dalla finestra. Fisiologia di un sentimento. La salute cagionevole diventa quindi una conseguenza dell’egoismo materno di tenersi stretta quella figlia che il normale scorrere dell’esistenza rischia di portarle via. L’eccessiva protezione preclude alla ragazza le gioie quotidiane, eppure la scintilla si accende nella più retrograda delle dinamiche. Finché amor vincit omnia con caduta finale nel melenso. Ma questa è un’altra storia. Resta la volontà di tutelare il proprio bene facendo a pezzi quello di altri. Anche i figli. Noi, insomma, non siamo tutto.

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