lintrusa_cinelapsusPer me sei Maria, non la moglie del boss. E ho conosciuto altre Maria come te. Me nessuna era felice.

 

La Masseria è un luogo di gioco, ma anche un rifugio. Dalle logiche della criminalità che sventra cuori e quartieri. Vite e giorni. A gestirlo è Giovanna (Raffaella Giordano), ancora di salvezza di tante madri, con figli che rischiano di essere risucchiati dalla camorra. Quel centro è una zona franca, una di quelle dove – almeno teoricamente – non entrano i fuorilegge. Finché una notte. O meglio una mattina. Finché in cortile spunta la polizia. In uno dei fatiscenti alloggi vicini vive una famiglia disastrata. La donna ha farcito di bugie il suo racconto a Giovanna. Non era sola e non era stata abbandonata in strada con figli a carico da un marito cattivo. Anzi. lei stessa, nottetempo, aveva fatto entrare il marito cattivo. Non per lei ma per gli altri. Per una società non abituata alle revolverate che uccidono un innocente, perché anche i boss prendono abbagli quando premono il grilletto. È il pretesto. La scintilla. Giovanna finisce nei guai, ma non è la giustizia a spingervela bensì la gente comune. Gli inquirenti credono a quell’errore in buona fede. Le madri degli altri bambini non accettano che i loro piccoli giochino con i figli di un sicario. Odioso e odiato più di tutti i suoi colleghi. Per aver assassinato un uomo senza colpe.

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L’intrusa di Leonardo Di Costanzo tenta di rispondere proprio a questo interrogativo. Esclusione o integrazione. E stavolta al centro della querelle non ci sono immigrati, profughi o clandestini. I familiari di un criminale meritano l’isolamento, insomma. Questa la teoria delle mamme che esigono l’allontanamento della famiglia del camorrista. L’educatrice è di diverso avviso e tenta di convincere cittadini e istituzioni della bontà del suo pensiero. Inutilmente. La festa della Masseria, sospesa e boicottata, si tiene regolarmente quando la moglie indesiderata del boss capisce di doversene andare e, nottetempo com’era venuta, scompare. Il film, presentato a Cannes alla “Quinzaine des rèalisateurs”, ha il tono del documentario senza esserlo. La trama è scarna, a dispetto di una ricerca sociale nelle teorie favorevoli all’una o all’altra delle due ipotesi. I parenti del sicario vanno accettati oppure respinti. Il verdetto della gente è inappellabile, quello del regista, – pur senza essere espresso a chiare lettere – è evidente nei toni di una vita che riprende la sua normalità, all’indomani della fuga notturna di madre e figli, lasciando un amaro che non chiarisce nella festa nei bassifondi campani.

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L’intrusa è un film scabro. Essenziale. Asciutto. Non può avvincere, data la delicatezza della materia. Tuttavia restituisce un ritratto preciso dei bassifondi in cui la camorra vive e – forse – prospera. Ma non è un’opera sulla criminalità organizzata. Quest’ultima vi fa parte come la maggior parte degli attori non professionisti che fanno parte del cast. Di Costanzo ha puntato sui piccoli eroi di ogni giorno. Quelli che con i boss e i loro scherani sono abituati a convivere e devono pur sempre scegliere una strada da prendere. E non è mai quella della fermezza come non è nemmeno quella della tolleranza. Non deve essere quella della paura e neppure dell’accoglienza indiscriminata e spesso diventa un bilanciamento. Un equilibrio di anime e di tendenze che finisce per tratteggiare e definire la fisionomia dell’Altro in un’epoca in cui questo tema viene rivisitato con costante meticolosità negli ambiti più disparati. Il titolo è fortemente critico. Se il diverso è colui che dovrebbe invece rappresentare la comunità – cioè l’educatrice Giovanna controcorrente rispetto a tutti – vuol dire che l’intolleranza ha superato i limiti di sicurezza. Se invece l’intrusa è la moglie del camorrista ricercato e poi arrestato, non c’è sorpresa ma riflessione. Il rebus lo chiarisce la locandina dove appare Maria, espulsa dal suo rifugio perché moglie sbagliata.

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