2Ma chi è ‘sto don Vincenzo…

 

Scena prima. Napoli. Funerale. Scattano scongiuri e corna in stile partenopeo, ma… Attenzione. Si sta seppellendo un boss, il temuto don Vincenzo. ‘O re do pesce. Almeno così pare. La scena sembra normale e, sulle prime, non si notano stranezze. Tuttavia, come in un gioco di prestigio, dopo lagnanze – a metà strada tra goffaggine e melodramma, finzione, recita e facimm’ammuina – il morto comincia a cantare. Non in gergo malavitoso, ma nel vero senso della parola. E siccome Ammore e malavita è firmato dai Manetti Bros che per la musica – meglio se popolare – hanno un debole, se ne deduce rapidamente che, neanche tanto sotto sotto, c’è dell’altro. Attesa tutt’altro che differita. Una didascalia riporta il pubblico indietro di cinque giorni e spiega cosa è accaduto “ante don Vincenzum mortuum”. Pardon, colui che si ritiene don Vincenzo. Eppure neanche dopo due ore abbondanti di film si riesce a comprendere che cosa c’è di strano in quella scena iniziale del funerale dove tutto sembra in ordine, tranne il dolore della vedova. E anche questo, a Napoli, può essere normale. Così i Manetti concludono tornando al principio e stavolta conducono lo spettatore per mano in ciò che non si notava dietro le quinte di quelle esequie, all’apparenza affatto diverse da tante altre. Solo allora l’illusione ottica verrà svelata e ci si accorgerà che anche i più acuti e fini osservatori sono solo dilettanti davanti ai trucchi del cinema. E ai “miracoli” dei Manetti. In mezzo, due ore abbondanti di spettacolo – per la precisione 134 minuti – leggerissimi. Godibilissimi. E divertentissimi.

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Chi ha dimestichezza con i due fratelli – Marco e Antonio – che non fanno il nome del console romano, ma come il personaggio dell’antichità, sono romani e non napoletani, ebbene chi ha dimestichezza con loro – dicevamo – sa che tutto c’è da attendersi, tranne la serietà. Ma questo non vuol dire che i film dei Manetti siano banali e stupidi. Tutt’altro. la satira non è per molti e nemmeno peer tutti. E per saperla fare occorre intelligenza. Brillantezza. Simpatia. Estro. Voci all’appello dei due registi capitolini che, dietro la caricatura dei film di camorra e di quelli di amore, risponde a una domanda importante anche se scanzonata. Nulla a che fare con l’interrogativo intorno al quale si snoda l’esilarante avventura del film e cioé quel “…e chi ‘azz è ‘sto don Vincenzo” che innesca equivoci a catena e colpi di scena che travolgono e stravolgono una trama lineare quanto sorprendente. Poco interessa dunque se il fatidico e famigerato don Vincenzo (Carlo Buccirosso) sia vivo o morto. Se la vedova (Claudia Gerini) pianga davvero o per finta. E perfino quanto sia cattiva la camorra. O quanto siano maldestri certi sicari all’amatriciana, tutti tatuaggio e volto truce, ma più pavidi di un don Abbondio da terzo millennio. E allora, la domanda delle cento pistole cui Ammore e malavita tenta di rispondere seriamente è tutta qui. Quando i sentimenti incrociano il cammino con la criminalità organizzata vincono i primi o la seconda. La risposta arriva al termine dei 134 minuti e, a sorpresa, potrebbe non essere né l’uno né l’altra dei due termini in discussione. Bensì l’intelligenza. O, se preferite, l’astuzia. Ognuno, insomma, dirà la sua, uscendo di sala con il sorriso sulle labbra. Vietato spingersi oltre e togliere il velo alla curiosità.

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 Il film impone qualche pedaggio, diciamolo subito. Interamente in dialetto napoletano si inserisce in un filone, decisamente folto che conta su diretti antecedenti cronologici dello stesso tenore. Veleno di Diego Olivares – tutt’altro tenore e tono rispetto ai Manetti Bros – è addirittura in dialetto sottotitolato e L’intrusa di Leonardo Di Costanzo, anch’esso di genere opposto, ricalcva la napoletanità dei bassifondi difficili. ma se in questi due film l’idioma è proporzionale al realismo che i registi tentano di ricostruire, nei Manetti la tecnica è diversissima. Scanzonato e caciarone, Ammore e malavita è sottotitolato solo nei molti brani musicali che interrompono la narrazione offrendo uno spaccato popolare di una Napoli considerata teatro privilegiato di quella camorra che finisce violentemente alla berlina. Non a caso, i due protagonisti maschili – Raiz e Franco Ricciardi, nei panni di due sicari senza pietà – sono, rispettivamente la voce degli Almamegretta e un cantautore napoletano, nato a Secondigliano nel ’66 e vincitore del David di Donatello nel 2014 per la miglior canzone originale, ‘A verità composta per un altro lavoro dei Manetti, il precedente e buffissimo Song ‘e Napule in cui  pure Ricciardi era nel cast sempre nei panni del camorrista. Tutto ciò non lasci credere che il film sia frutto di un lavoro dozzinale e casuale. Molte le citazioni tra cui spicca Flashdance di cui viene replicata una canzone in adattamento al vernacolo campano, oltre a due capitoli della saga di 007,  Si vive solo due volteUna cascata di diamanti. Naturalmente manca l’eroe, perché Napoli offre tutto tranne l’eroismo fantasioso di un agente segreto al servizio di Sua Maestà, ma qualche idea i Manetti l’hanno presa in prestito da lì. E, onestamente, ne hanno dato atto. Dedicato a chi sostiene che il cinema italiano è in difficoltà e produce solo cinepanettoni. Anche la comicità vive di qualità. Trovarla non è difficile, basta uscire dallo stereotipo della pernacchia nazionalizzata.

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