bpm1La responsabilità non si divide

 

 

Anche il sangue finto fa paura. Qualche macchia miete timore. Semina il panico. Sangue è sinonimo di sofferenza. E tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta significava contagio. Contagio faceva rima con Aids, che a sua volta voleva dire morte. Con il marchio dell’infamia per giunta. Droga. Omosessualità. Perfino eterosesssualità. Promiscua e disinvolta. Erano motivi di condanna. Comunque avvenisse. A distanza di trent’anni scarsi, su questo mondo di fine secolo è calato il sipario. La tanto temuta malattia che ha fatto morti celebri e sconosciuti ora non ha più l’onore del dibattito. Sembra addirittura debellata in un falso scientifico e sociale che ha pochi precedenti. A squarciare la calma apparente di questo dimenticatoio arriva un audace quanto noioso film che ha sbancato Cannes a colpi di favori e applausi – ma pochi premi – che lasciano aperti molti interrogativi. Che la Francia fosse nazionalista, soprattutto in ambito cinematografico, è cosa risaputa, tuttavia 120 battiti al minuto di Robin Campillo fruga nel sottobosco  gay della protesta contro le case farmaceutiche, accusate di non voler diffondere i farmaci capaci di limitare, arginare o arrestare la proliferazione del virus. Il regista, ex attivista di “Act up”, l’associazione composta in prevalenza da omosessuali che si ribellarono, racconta dall’interno che cosa accadde in quei tragici anni in cui la libertà dei gay era messa in pericolo da una patologia incurabile. Fra i fotogrammi spuntano storie d’amore e di lotta. Lacrime e rabbia. Violenza pacifista, che sembra un ossimoro ma non lo è. E tra i palpiti di sofferenza spunta un eros masticato e trangugiato. Perfino malamente digerito sia sullo schermo che in platea.

Se insomma il tentativo era quello di lanciare il guanto di sfida – qualitativamente guardando – a Dallas buyers club di Jean-Marc Vallée, l’esperimento è miseramente fallito, perché il film americano è il capolavoro che 120 battiti al minuto invece non è. Eccessivamente prolisso – due ore e mezza riducibili senza traumi di almeno tre quarti d’ora, ma imposti insensibilmente al pubblico – indugia fin troppo sulle manifestazioni di piazza in cui i ragazzi di “Act up” si scagliano contro la multinazionale del farmaco e danno l’assalto alle scuole, dove diffondono il loro messaggio di prevenzione ai giovani, lasciati, a loro dire, a digiuno dei rimedi per evitare di contrarre il virus. Larga parte delle riprese insiste su queste azioni pubbliche e sugli interminabili dibattiti, all’interno dell’associazione, per la scelta degli slogan più efficaci. Prospettive che era giusto registrare, senza ritornarvi sopra così tante volte con inutile ridondanza. Insistito è anche l’aspetto sessuale, sul quale poco o niente si lascia a un’immaginazione, ferita e violentata da particolari inutili e talvolta anche raccapriccianti, che ben poco aggiungono alla valenza delle immagini. Né è una spiegazione – e tantomeno una giustificazione – la “sincerità” senza remore che, secondo alcuni critici, sarebbe caratteristica di tanto cinema omosessuale. Almodòvar, presidente di giuria a Cannes che non ha fatto riserbo del suo giudizio favorevole sull’opera di Campillo, non è mai sceso nella greve modestia di quest’ultimo. E Francois Ozon – francese, dichiaratamente omosessuale e in gara all’ultima edizione della rassegna in Costa Azzurra con L’amant double – è lontanissimo da certi toni volgari, non soltanto nel suo ultimo film, ma in tutta la sua produzione.

bpm2

A discapito delle molte pecche sottolineate, sono invece interessanti due aspetti tematici, che finiscono affogati in questo marasma di esagerazioni pleonastiche e ridondanti di cattivo gusto. A fronte dei problemi della ricerca e della commerciabilità dei farmaci, cosiddetti retrovirali, emergono i molteplici sforzi che la comunità omosessuale produsse per salvare vite umane a rischio di contagio. L’informazione e la comunicazione partirono proprio dall’esuberante ambizione di far conoscere a tutti – indipendentemente dalle inclinazioni sessuali e dall’eventuale dipendenza da stupefacenti – i metodi per premunirsi e cautelarsi. Dall’uso dei preservativi alle siringhe monouso. Dalla diversa incidenza di pericolo per le varie situazioni erotiche all’origine della trasmissione del virus fino ai problemi connessi all’uso del sangue a fini clinici. Operazioni all’epoca scomode che lentamente fecero breccia in una società cauta, che proprio i gruppi gay contribuirono a svegliare da un torpore nocivo. Ma non è tutto. Ai gruppi di attivisti va riconosciuta la lealtà e il coraggio di essere stati capaci di non rinunciare alla loro libertà, perfino in una fase così delicata, dove la vita stessa era il prezzo da pagare per non sacrificare all’Hiv i propri sentimenti. Alto. Altissimo. E su questo forse andava costruito un film che indugia troppo su una relazione particolare ad esito drammatico, culminante con un’altra plateale manifestazione di attacco alla società. Le ceneri del defunto inondano i banchetti della società del benessere, in un fondersi specifico in cui perfino la dimensione della morte diventa strumento di protesta.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , , , ,