vice4Se volete tenere unita l’India serve amore, non politica

 

Quando fu costruito il palazzo del vicerè, a Delhi, nessuno avrebbe mai immaginato che nel giro di vent’anni sarebbe diventato la dimora del primo presidente dell’India. Era il 1929 e la corona britannica possedeva ancora, tra i propri domini, quello che si sarebbe trasformato in un sub continente. Lo abitavano musulmani, indu e sikh tra i quali le turbolenze non tardarono a farsi sentire. L’insofferenza a quei dominatori, sempre mal tollerati, raggiunse l’apice alla fine del secondo conflitto mondiale, quando il caso dell’India divenne molto più di un semplice problema politico al quale dover trovare soluzione. Rivolte ovunque si conclusero con ripetuti bagni di sangue che resero sempre più acuta una crisi all’apparenza irrisolvibile. E in questo contesto a dir poco convulso, da Londra venne inviato in India lord Mountbatten, nipote della regina Vittoria e cugino della famiglia reale, per offrire una via d’uscita e fermare i massacri. Il suo compito era accompagnare la nazione verso l’indipendenza tanto sognata, ma furono gli scontri a rendere impossibile una serena transizione. Il palazzo del vicerè di Gurinder Chadha, regista anglo-indiana nata in Kenya, inizia proprio con questo arrivo, coniugato a un altro approdo, quello di un giovane ammesso a far parte del personale di servizio del luogotenente del sovrano Giorgio VI. La sua missione, pacifica e umanitaria, tenta di valorizzare le risorse locali, ma si scontra con un paese dilaniato da scontri fratricidi che impongono a Mountbatten una soluzione sgradita. La divisione dell’India. Gli stati che nasceranno da questa separazione imporranno un costo altissimo, in termini di perdite di vite e sacrifici. Si calcola che l’operazione sia costata un milione di morti e la diaspora di 14 milioni di persone. Uno degli esodi più massicci e tragici della storia contemporanea.

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Gurinder Chadha racconta la storia dell’India, legandola indissolubilmente a un ricordo familiare della vita della nonna. L’alone sentimentale che si stende sul film è il frutto di un amore nato tra incredibili sofferenze e un destino contrario. E attraverso volti e palpiti dei due protagonisti Aalia (Huma Qureshi) e Jeet (Manish Dayal, l’aspirante chef di Amore, cucina e curry di Lasse Hallstroem) viene ricostruita la vicenda politica della patria del mahatma che, insieme a Nehru e al musulmano Jinnah, furono i tre grandi interlocutori di lord Mountbatten, nel tentativo di salvare l’unità del Paese. Un sogno destinato ad abortire per la convivenza impossibile di cui lo stesso leader islamico si convinse, nonostante i tentativi di Gandhi di farlo nominare primo ministro, come garante di una coesione che solo Jinnah – in passato benvisto anche dagli indu – avrebbe potuto assicurare. La resa all’evidenza portò alla formazione del Pakistan – oggi il 36esimo stato più grande del mondo con quasi 200 milioni di abitanti – che coincise con l’addio inglese a quelli che furono i loro domini. Se sono reali gli avvenimenti storici narrati dalla regista, altrettanto vera, come anticipato, è la storia di un amore impossibile, destinato a confrontarsi con promesse di matrimonio premature e affrettate. Le dinamiche storiche e politiche si accavallano così a una vicenda personale che trova la sua commossa affermazione fra il sangue, gli attentati e il dolore di una divisione politica che oppose fratelli a fratelli, lasciando inalterata l’insoddisfazione anche in coloro che ne furono i propugnatori. Lord Mountbatten scoprì di essere stato abilmente “usato” per tradurre in realtà un progetto anni prima messo a punto e firmato da Churchill. Gandhi si ritrovò inascoltato dalla sua stessa gente e dagli statisti di quell’epoca. Jinnah si scoprì beffato in quelle che erano le aspettative di uno stato di più ampie proporzioni. Nehru dovette assistere passivamente a un esodo al quale guardava con preoccupazione.

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Il destino volle che Gandhi e Jinnah morissero di lì a poco a quella doppia indipendenza. Il primo, vittima di un attentatore indu che, prima di ucciderlo a revolverate, gli si inginocchiò davanti. Il secondo per un collasso. Era il 1948 e, tra gennaio e settembre, se ne andarono due degli artefici di quella drammatica stagione. Un attacco cardiaco e un attentato dell’Ira tolsero di mezzo, rispettivamente, anche Nehru e Mountbatten, ma si era ormai negli anni Settanta. Restava la struggente trama sentimentale di Aalia e Jeet, all’ombra del padre della ragazza (la stella di Bollywood Om Puri, memorabile nell’interpretazione del padre dello chef di Amore, cucina e curryscomparso a soli 66 anni, a gennaio 2017, per un infarto) che recita nei panni di un uomo divenuto cieco in seguito a una pesantissima e ingiusta detenzione, alleviato nella sofferenza proprio dall’uomo che avrebbe chiesto invano la mano di sua figlia. Il palazzo del vicerè si inserisce in un filone dedicato all’India che, negli ormai lontani anni Ottanta, aveva portato sul grande schermo Gandhi di Richard Attenborough e Passaggio in India di David Lean. In entrambi i film il riferimento alla colonializzazione inglese e allo smembramento del Paese è più che mai evidente. L’unico approfondimento storico che manca è relativo al Bengala – anch’esso diviso in orientale musulmano e occidentale induista annesso all’India – martoriato in seguito a quelle vicende da una diaspora gravosissima e da un’instabilità che lo ha portato ad essere una delle nazioni più povere del mondo. Il Bangladesh. In questa articolata prospettiva è interessante notare come il palazzo del vicerè non sia soltanto il titolo dell’opera ma venga trattato dalla regia come un autentico personaggio – se non addirittura un protagonista – in una vicenda che mette in rapporto le laceranti divisioni religiose del popolo che abita la prestigiosa residenza, specchio di quanto avveniva nell’intero Paese, con quelle che impediscono le nozze fra la musulmana Aalia, e l’indu Jeet. Una contrapposizione sociale che tuttavia non riesce a far traballare i sentimenti, espressi anche attraverso l’ausilio di una fotografia seducente che alterna il doppio linguaggio di stralci in bianco e nero negli inserti originali d’archivio.

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