9-1I figli sono di chi li cresce, non di chi li fa.

 

 

Due sorelle. Una può ma non vuole, l’altra vorrebbe ma non può. Soggetto, avere bambini. In mezzo, uomini sull’orlo di una crisi di nervi, che poi puntualmente arriva. Come l’immancabile famiglia omosessuale  che, a sorpresa, mostra di essere molto più stabile ed equilibrata delle corrispondenti in versione etero. Insomma, si rischia forte. Il prezzo è alto, ma a trionfare sarà il buon senso, a dispetto di un titolo che non è buttato a caso. Nove lune e mezza è il tempo necessario per mettere al mondo un bebè, ma è anche un’allusione – nemmeno tanto criptata – alle lune dei personaggi che, quanto a stranezze, non si fanno mancare nulla. A dirigere l’orchestra di queste bizzarre voci è Michela Andreozzi, alla sua prima regia, che decide di spendersi anche come protagonista e arruola nel cast pure il marito, Max Vado. “Non volevo sentirmi sola – ha poi spiegato – così ho coinvolto famiglia e amici”. E all’appello tutti hanno risposto mettendo cuore e simpatia in un film che risparmia risate gratuite, ma ha il pregio di non essere banale e soprattutto di toccare argomenti d’attualità sotto il cielo di queste lune contemporanee.

Livia (Claudia Gerini) è una violoncellista fidanzata di un osteopata vegetariano (Giorgio Pasotti) mentre Tina (Michela Andreozzi) è una vigilessa che si accompagna a un collega (Lillo Petrolo), concentrato più a dar multe che a ogni altro versante della sua e altrui vita. La famiglia delle sorelline è un campionario di varia umanità che rispecchia la società nelle sue diverse sfaccettature. Papà è un vecchio indomito comunista e mammà è la tipica donna del sud. Il fratello più piccolo invece, felicemente accasato con quattro figli e un quinto all’orizzonte, è un bigotto baciapile più a suo agio con rosari e salmodie che non con la sua età e relative responsabilità. A completare il quadretto l’immancabile coppia gay formata dal ginecologo (Stefano Fresi) e dal suo compagno (Max Vado), genitori adottivi di due bambine. Insomma, gli ingredienti perfetti dell’insalata russa di questi anni Dieci del terzo millennio. Equivoci e tensioni, più comiche che tragiche, fra caratteri tanto diversi fra loro, sono il collante e il pretesto per affrontare argomenti importanti. In primo luogo la famiglia, vista da diverse prospettive. Da quella frastagliata e multiforme in cui crescono Livia e Tina a quelle che entrambe stanno per costruirsi a fatica, pur nel discorde istinto verso la maternità. Per terminare con il focolare domestico omosessuale, lontanissimo – finalmente – da grevi divagazioni sul tema, benché anch’esso attraversato da uterini isterismi. In questo diversificato universo in scala trova un posto centrale l’aspetto lusinghiero dell’amore che arriva a superare frontiere insormontabili.

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Livia, la sorella che può ma non vuole, accetta l’idea di portare avanti la gravidanza di Tina, alla quale è negata la possibilità di diventare madre. Il passo verso la maternità assistita e l’utero in affitto è compiuto. Anche se in Nove lune e mezza più che di affitto bisognerebbe parlare di un semplice prestito. Tuttavia l’approccio torna al punto di partenza. Al sentimento. Parte da qui la decisione di dare alla luce un bimbo al suo posto e ingannare perfino l’anagrafe, denunciando che la madre naturale sia la sfortunata Tina. Un tasto che si giustifica con lo stesso immenso sentimento che porta a donare se stessa per realizzare il sogno – impossibile e irraggiungibile – della sorella. La strategia inevitabilmente porta alla bugia, imposta alla famiglia di origine, che ignora il diabolico accordo fra le due donne. L’impianto nel corpo di Livia dell’ovulo fecondato di Tina porta così al concepimento assistito, tanto d’attualità con i tempi che corrono. Specularmente, ne sono invece a conoscenza i rispettivi partner delle due protagoniste, ma proprio loro accusano il colpo mostrandosi i più fragili. La cena serale a casa dell’osteopata si trasforma in una fuga dal reale, ma al contempo rappresenta il momento culminante di un’altra delle molte chiavi di lettura del film. Il pasto vegetariano. L’osteopata, dolce e carismatico, è l’esempio da seguire per un’alimentazione corretta e naturale, prospettiva nuova nel cinema che – proprio in questi anni – sta portando anche sul grande schermo una gastronomia completamente diversa da quella tradizionale onnivora. È un segno dei tempi, ma anche della ricchezza di spunti offerta dall’opera di Michela Andreozzi. L’esemplarità dei comportamenti a tavola è anche una valvola di sfogo che viene abbandonata davanti alle difficoltà. La legge tradita dal cuore e dal morale ferito. La fetta scornata dei maschietti è in ordine sparso. Così l’astemio professionista mette da parte i cibi bio e abbraccia l’alcol mentre il burbero vigile si lascia mordere dalla nostalgia e dal sentimento. Preludio di un enigma che va risolvendosi di scena in scena. Nove lune e mezza sceglie, insomma, di affrontare temi seri con il sorriso, stemperandoli dal dramma di altri film che invece accentuano la drammaticità di certi risvolti, ma l’abilità della regia e della sceneggiatura è di non svalutarne il peso e l’importanza pur facendo sorridere. Dedicato a chi non ha ancora le idee chiare su molti argomenti all’ordine del giorno di queste… lune .

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