Ritorno in Borgogna di Cedric Klampish (foto di scena)Da piccolo pensavo che ogni giorno in Borgogna fosse diverso, poi mi resi conto che drammaticamente erano tutti uguali. E scappai

 

In vino non è sempre veritas quella che inebria. E Jean, il maggiore di tre fratelli torna nell’amata-odiata Borgogna dopo un giro del mondo che gli ha regalato una donna che non lo vuole più e un figlio. Il piccolo Ben, relegato nella remota Australia, non si spiega perché papà attraversi l’oceano. Nessuno gli ha spiegato che esistono i nonni. Lui, il piccolo, vede solo filari di vite e una mamma che ragiona con i cicli stagionali dell’emisfero australe, tutt’altra cosa da quelli boreali. Il cammino a ritroso di Jean fa rima con le estreme condizioni di salute del papà. Ormai morente. Rientrare fra mura familiari e ritrovare la sorella e il fratello con i quali è cresciuto significa rientrare nel mondo. L’unico che gli appartenga fino in fondo. Forse. Il vino è la bussola di questo girovagare che termina nell’azienda vinicola di famiglia, diventata di colpo il legame inscindibile. Il cordone ombelicale. Il nettare che lo riconduce nella culla. E gli rivela che fratelli si nasce. E nessun notaio può scomporre quell’unione, nemmeno in nome dei diritti di successione. E neppure quando toccano cifre vertiginose. Ritorno in Borgogna di Cedric Klapisch lascia assaporare tra calici pastosi il gusto amaro di chi ripercorre le proprie origini sollecitando il trapelare dei ricordi più tristi. L’anno di permanenza nella casa di famiglia, benché orfana dei genitori, rinsalda le radici ma mette Jean allo specchio. È costretto a decidere se la sua casa sia al di qua o al di là dell’oceano. E perfino il suo diritto di andarsene, senza fare del proprio futuro una trappola per i fratelli, uniti da un’indissolubilità sancita da una legge di successione che vincola il futuro familiare e aziendale.

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Il vino torna al cinema in un film che ha il sapore dolceamaro di una riunione di famiglia e sottolinea nuovamente l’infelicità. Era stata la stessa falsariga de La parte degli angeli, forse il film più bello di Ken Loach dove però – al posto delle viti – sta il luppolo e la bottiglia contiene whisky. Omaggio irrinunciabile al paese di ambientazione. La Scozia. In entrambi le crisi familiari anche se nell’opera britannica emergono circostanze di emergenza sociale sempre care al regista di  Terra e libertà. Ritorno in Borgogna rappresenta il superamento delle crisi. La fuga di Jean che non era tornato per la morte della madre, ricompatta i tre fratelli di fronte a un nuovo lutto e mostra le differenti capacità di reazione di fronte alle disgrazie. La scomparsa del padre chiude un’era e apre uno spiraglio sul futuro. Il terzetto resta solo nelle proprie diversità. Juliette è single e porta avanti  fra difficoltà e tristezze l’azienda vinicola. Jérémie si è sposato e deve gestire un suocero che non esita a disprezzarlo. Jean è al bivio. Tutti sono ostaggio di tasse di successione che rischiano di minare l’unità e il legame dei tre fratelli. Si troverà una soluzione ma, come tutto al mondo, avrà un prezzo da pagare. Tra i precedenti ai quali il film sembra idealmente ricollegarsi c’è anche Fino alla fine del mondo di Xavier Dolan, lontanissimo per contenuti dal lavoro di Klapisch, ma sorprendentemente vicino nell’incipit con il tema del ritorno attraverso la figura di un uomo che si ripresenta tra le mura familiari provocando reazioni opposte nel ritrovare i fratelli che aveva lasciato tempo prima.

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Ritorno in Borgogna tocca dunque spunti già ampiamente frequentati dal grande schermo, ma sempre occasione per rivisitarli in chiave diversa. Film francese fin nel profondo della sua genesi, oltre che della sua ambientazione, mostra evidenti accordi autobiografici da parte del regista che sembra rivedere se stesso proprio nella figura del protagonista. Come Jean apprende i segreti dell’enologia per mezzo del padre e ogni bottiglia lo riporta con la memoria alla figura paterna che aveva una particolare predilezione proprio per i vini di Borgogna. È la sua prima volta però nel girare con la macchina da presa a stretto contatto con la natura. Un punto di contatto anche con l’importanza delle meteorologia che incide in maniera determinante proprio sulla riuscita di un’intera annata e nel film rappresenta un mezzo per scandire il trascorrere del tempo. Attraverso il succedersi delle stagioni, ognuna delle quali prevede appuntamenti fissi con i doveri dell’agricoltura, Klapisch descrive la permanenza di Jean nella casa di famiglia. Il tempo necessario per le decisioni. La visita di moglie e figlio, inattesa. E ne scandisce perfino i risvolti psicologici. Al tempo stesso, tuttavia, il regista tende anche a sottolineare anche le analogie fra la propria professione e quella di produrre vino doc. “Quando un viticultore firma una bottiglia è come un regista che firma un film” confessa. Ultimo estremo atto di immedesimazione nella sua opera.

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