ses1Tu cosa vuoi, Billie Jean?

Mi basta il rispetto

Negli anni Settanta, Billie Jean King era la tennista di maggior carisma e successo al mondo. Era puntigliosa e riservata. Felicemente sposata a un marito che le voleva bene e sapeva evitare di invadere gli spazi della sua celebrità. Non gli era facile vivere accanto a un mostro sacro. E forse non gli era facile vivere accanto a un mostro. Ma ci riusciva. La King era donna ben poco avvenente, ma di grande carattere e la scelta di affidarne il ruolo a Emma Stone (recente Oscar per La La Land) si discosta dalla realtà, ma rispetta l’anagrafe. All’epoca della madre di tutte le partite di tennis – quella tra la King e Bobby Riggs – l’atleta aveva gli stessi 29 anni della protagonista di Irrational man. Quella sfida avvenuta il 20 settembre 1973 fu soprannominata appunto “La battaglia de sessi” che dà il titolo anche al film di Valerie Faris e Jonathan Dayton, già noti al pubblico del cinema per Little miss Sunshine. Così dopo il primo incontro tra lo stesso Riggs e l’australiana Margaret Court – allora numero 1 femminile all’indomani del successo proprio contro una King in difficoltà – avvenuto il 13 maggio di quell’anno, l’esperimento ebbe un seguito. Billie Jean King volle la rivincita di una partita in cui il genere femminile fu ridicolizzato. La ottenne e la vinse. Dopo il ’73 ci sarebbe stato l’ultimo match tra Jimmy Connors e Martina Navratilova. Era il 1992 e il regolamento fu corretto per favorire la tennista americana che comunque venne poi sconfitta.

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In questa cornice sportiva si inserisce un evento che invece rappresentò il contesto sociale di quegli anni. E fu un fenomeno a due facce. Da un lato la King scopre la propria omosessualità in un’epoca in cui questo era un tabù e, nello sport, in buona parte lo è tuttora. Ciò avvenne quando la stessa legge sul divorzio era ancora in gestazione e in Italia sarebbe stata approvata con voto referendario soltanto l’anno successivo. Dall’altro lato lo scontro non fu soltanto legato alla competizione, ma rappresentava una delle espressioni del femminismo di cui la tennista era espressione attiva, in un periodo in cui il fenomeno era in grande evoluzione. L’organizzazione di quella partita nacque da una volontà di affermazione della superiorità atletica maschile in occasione del massiccio esodo della sezione femminile da un torneo che vedeva le tenniste in gonnella remunerate un ottavo del premio invece offerto ai loro colleghi uomini. Tuttavia, intenderla solo come una sciatta questione economica, sarebbe riduttivo e superficiale. La posta fu un pretesto e, sul tavolo dei colloqui, ci fu il mancato rispetto di una classe “politica” decisamente maschilista. Ben presto quindi si dimenticarono gli assegni a disposizione di partecipanti e vincitori e si parlò del rispetto dovuto al gentil sesso anche su un campo di terra rossa. L’America si divise come era solita fare in un’epoca di grandi contrapposizioni. Cassius Clay o Joe Frazier. Frank Sinatra o Bing Crosby. Richard Nixon o George McGovern.

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La battaglia dei sessi è un film che rispecchia questa temperie sottolineando il percorso che portò Billie Jean King – attraverso la difesa dei diritti della donna – al riconoscimento della propria omosessualità. Finì per divorziare dal marito Larry che poi si risposò ed ebbe due figlie, tenute a battesimo proprio dall’ex moglie tennista e la sua nuova compagna. Pochi i disboscamenti dalla realtà. Il più evidente è certo quello della donna che sedusse Billy Jean facendole comprendere la propria inclinazione. Non fu una parrucchiera bisessuale come mostrato dai due registi, ma la segretaria della stessa King che poi si legò alla tennista per il resto della sua vita. Il film – garbato, elegante e mai volgare – si inserisce di diritto in quel filone, decisamente molto folto ormai che tende a fornire un ritratto del fenomeno omosessuale, ma sembra dimenticare che all’epoca quell’ammissione provocò scalpore in considerazione anche del fatto che Billy Jean King fu la prima atleta di sesso femminile a riconoscersi gay e tutt’oggi viene ricordata per questo oltre che per i suoi numerosi e prestigiosi successi sui campi più prestigiosi del mondo. Una sfumatura lasciata in secondo piano da Valerie Faris e Jonathan Dayton che non hanno resistito a raccontare una storia d’amore incrociata. A quella politically correct fra la King e il marito, veniva aggiungendosi quella controcorrente fra le due donne, entrambe descritte come bisessuali.

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