cia2Calabria profonda. Nella piana di Gioia Tauro convivono tre gruppi diversi di persone. Gli italiani. Gli zingari. Gli immigrati. È storia di tutti i giorni, ma sono comunque i nostri. Giorni. Jonas Carpignano, il regista di A Ciambra, in quella terra di nessuno ci è capitato per caso. Proprio come racconta il film. L’auto rubata con sopra l’attrezzatura di chi, per lavoro, gira un film. Il disastro annunciato si trasforma in un approccio con una comunità impensabile che diventerà ben presto la sua musa ispiratrice. E la scena dell’uomo che riscatta la macchina sottrattagli dai Rom – nelle sequenze è il padre di Carpignano – racconta quello che poi effettivamente avvenne. L’approccio tra un italiano perbene, uno qualunque e un gruppo allo sbando che convive gomito a gomito con i neri e il sottobosco di un’umanità fuorilegge. Tre componenti che ignorano l’esistenza della giustizia e patteggiano tra loro, nell’ombra, entità e risarcimenti di vittime e colpevoli. Come il tentato furto di Pio, un ragazzino imberbe che fuma e ruba nelle case dei ricchi. Perché così fan tutti in quella porzione d’Italia che sembra uno stato a sé. Nasce insomma per pura coincidenza il film che rappresenta l’Italia alla selezione per arrivare alla cinquina di candidati all’Oscar per il miglior film straniero, che verrà consegnato a Los Angeles la sera del 4 marzo. L’opera ha un padrino di prim’ordine, quel Martin Scorsese che ha deciso di puntare molto più di qualche dollaro su un testo al confine tra finzione e documentarismo. E, non essendo né l’uno né l’altro, disorienta e lascia sorpresi.

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Il set è in mezzo alla gente, a una comunità che non si dispera, ma continua a prosperare ai limiti della legge con la stessa disinvoltura e le medesime giustificazioni pretese da chi invece vive nella legalità. In primo piano finiscono le diverse anime di questo universo di piccoli e grandi emarginati, visto attraverso la prospettiva degli zingari non nomadi che abitano stabilmente quella parte della regione, sopravvivendo tra furti e ricettazione. Un quadro destinato a dar fastidio a molti, in considerazione del fatto che offre un ritratto dell’Italia, fortunatamente non del tutto corrispondente al vero. O meglio, non corrispondente alla totalità del Paese. Dove restano tuttavia sacche di povertà e di criminalità che si ritrovano sotto i riflettori in casi come quello occorso a Carpignano, regista italo-americano, che ha finito per innamorarsi – anche se è quasi impossibile trovare un motivo di fascino – per quella parte dello Stivale. E oggi il regista vive tra New York, Palermo e, appunto, Gioia Tauro. A Ciambra è uno spaccato crudele che non fa luce soltanto sul villaggio di zingari, etnia controversa e spesso demonizzata, ma anche sulla delinquenza minorile e il sottobosco tra prostituzione e svendita di merce che sfocia in amicizie e tradimenti, in una terra dove non sembra esistere alcun valore. Carpignano mostra un’abilità cronistica sicuramente apprezzabile nel fornire uno sguardo e un ritratto in cui non vengono espressi giudizi di sorta. Toccherà allo spettatore trarre le proprie considerazioni, inevitabilmente destinate a variare a seconda di parametri ai quali non sono estranei la cultura, il grado di saturazione di certe realtà di emarginazione e illegalità e la provenienza geografica.  Dal momento che fortunatamente l’Italia non è tutta quella che esce dai fotogrammi di Carpignano, viene da domandarsi per quale ragione, fra tanti altri film di pregio e qualità, sia stato scelto proprio questo per la corsa all’Oscar, dopo la passerella a Cannes dove era ospite anche il piccolo protagonista Pio Amato. Un ragazzino che, alla fine delle riprese, è stato restituito alla Ciambra. Perché questo è il nome di quella terra senza regole nel cuore della Calabria.

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