vab2Quando ero giovane pensavo con desiderio alla morte, ora che le sono vicina non vorrei mai andarmene.

 

La corte della regina Vittoria era noiosa quanto deferente. Ma forse, in realtà, era solo una corte. Come altre. Come tante. Dove ogni giorno appare stonatamente uguale al precedente. E dolorosamente identico al successivo. Dove non esiste ricorrenza e celebrazione capace di modificarne i contenuti. L’inatteso giunge il giorno dell’arrivo di una delegazione dall’India, i lontani domini. Non si tratta di diplomatici, ma di umili servitori in trasferta per pochissimo tempo, giusto il necessario per presentare alla regina una medaglia commemorativa dei suoi remoti possedimenti. Ma è proprio uno di quei due modesti “ambasciatori” a fare colpo sull’ottuagenaria sovrana. L’Ottocento è ormai agli sgoccioli e la stessa esistenza di Vittoria non sembra più lunghissima. Alle sue spalle scalpita il figlio Edoardo Alberto, noto agli storici e negli ambienti dell’epoca, più semplicemente con il soprannome di Bertie. Uno che amava la bella vita e se la spassava, ma al contempo non vedeva l’ora di mettersi in testa la corona. Il sorprendente Abdul Karim esercita un fascino incontenibile su Vittoria e fra i due nasce un’empatia speciale che disorienta e irrita i cortigiani di Sua Maestà. Lo sconosciuto musulmano ne diventa ben presto il maestro, il precettore e l’intrattenitore fra la gelosia strisciante dei molti lacchè in giacca e cravatta.

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Vittoria e Abdul di Stephen Frears, apprezzato regista de Le relazioni pericolose, The program e il recente e discutibile Florence, racconta questo spaccato sociale di un’amicizia inattesa che sboccia all’improvviso e viene descritta con il garbo e la maestria maturati nel corso di una consolidata esperienza nel maneggiare il passato come materia cinematografica. Il film riproduce le atmosfere del tempo riprodotte stavolta con un rigore pari alla leggera gentilezza dei toni. Frears che si è avvalso del diario di Karim emerso soltanto nel 2010, sembra aver compiuto uno studio approfondito anche sulle fisionomie dei protagonisti. Colpisce la figura di Bertie (Eddie Izzard che interpretò il ruolo di Chaplin in Hollywood confidential di Peter Bogdanovich)  che mostra una somiglianza e un’attinenza pressoché perfetta con il ritratto che di lui è stato tramandato. Vittoria è invece Judi Dench – l’indimenticata agente Mi5 dell’epopea di James Bond – che, con i suoi 83 anni da compiere in dicembre, rappresenta anche anagraficamente la sovrana più longeva sul trono, prima dell’attuale Elisabetta II. All’interno della residenza reale si agitano le tensioni evidenti e striscianti, causate dal nuovo intruso del quale Vittoria si invaghisce al punto da far arrivare dall’India anche la famiglia. Abdul di credo musulmano diviene così il più stretto collaboratore della sovrana ed è difficile non vedere, in questo pacifico rapporto, un richiamo a un’attualità invece dilaniata da intolleranze di gran lunga più minacciose.

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Il legame fra i due protagonisti, benché giovane e inatteso, si mostra solido oltre ogni misura, ma relativo soltanto al contatto interpersonale fra i due. Alla morte di Vittoria sarà proprio Bertie a dare un immediato benservito ad Abdul Karim, obbligato a far ritorno in patria. E la realtà racconta che lo stesso Karim sopravvisse a Vittoria solo otto anni, morendo nel 1909 mentre l’erede al trono – poi diventato Edoardo VII alla morte della madre – si sarebbe  spento nel 1910. Un intreccio di figure, cuori e sentimenti che non sconfinano mai nel banale, pur concedendo spazio a più di un sorriso che stempera e alleggerisce un racconto altrimenti a rischio di prolissità e noia. Eccellenti i costumi firmati dall’irlandese Consolata Boyle, che aveva collaborato con Frears già in Florence e precedentemente si era cimentata in temi reali anche in The queen sempre firmato dallo stesso regista, in cui Helen Mirren recitava nei panni di Elisabetta. Un tema britannico che resta sviluppato, per così dire, in casa. Inglesi sono infatti sia Frears, sia la Dench sia la Mirren.

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Un incrocio non casuale appare pure la scelta delle due sovrane. Vittoria ed Elisabetta sono accomunate da un destino che le ha viste primatiste dei regni più longevi. Sessantatre anni per la prima e già 65 per l’erede di Giorgio VI, sul quale pure è stato girato un film, Il discorso del re di Tom Hooper, che si è aggiudicato quattro Oscar tra cui quello per il miglior film e la miglior regia nel 2011. Un altro comune denominatore riunisce poi le due sovrane. La discendenza. Per entrambe l’erede al trono è stato personaggio discusso. Prima di salire al trono, Edoardo VII era stato chiacchierato per il suo debole verso il belmondo frivolo e i frequenti disagi diplomatici, creati a più riprese nell’Europa del tempo, un periodo che lentamente si avvicinava alla prima crisi continentale che sarebbe sfociata nella Grande Guerra, per ragioni peraltro indipendenti dalle incapacità – o inettitudini – di Bertie. Restò il fatto che Vittoria cercò di evitare il più possibile il regno del primogenito. Qualcosa di analogo – almeno in pectore – sembra stia avvenendo ora con il lunghissimo regno di Elisabetta, tutt’altro che incline a farsi da parte a favore di Carlo, che vanta un divorzio e il conseguente matrimonio civile con Camilla Parker Bowles, rendendolo così il primo membro della famiglia reale britannica ad aver contratto nozze non soltanto religiose. L’ultimo aspetto da sottolineare riguarda proprio le figure di Bertie e il principe di Galles. Entrambi sono stati gli eredi al trono più longevi, con conseguente primato di quest’ultimo a causa del regno più duraturo della madre.

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