ra1Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità. Ma se non appare mai in prima persona che senso ha il suo narcisismo…

 

Ossessioni in nero. Come la cronaca che parla di morti e innocenti, sacrificati sull’altare di una giustizia ingiusta, alle spalle della quale si nascondono colpevoli impuniti. Storie nate sui media, mostri da baraccone e delinquenti mascherati. Inquirenti con il pallino della televisione e luci di una ribalta da mediocri. La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi è un giallo atipico e in questo sta la sua caratteristica di maggior spessore. Non c’è un cadavere. Non ci sono armi. E neppure scene vagamente erotiche. Insomma, i tre ingredienti che creano l’intrigo più appagante per il pubblico, in perenne rincorsa di scene granguignolesche e pruriginose, lasciano il posto al racconto mediatico di una ragazza dai capelli rossi scomparsa nel nulla in un paesino di poche anime. Ebbene. La dimostrazione è che lo scadimento verso il sanguinario e il sesso sono indirettamente proporzionali alla capacità di creare suspense, perché il film – nonostante quelle tre assenze – tiene alta l’attenzione e ben desto l’interesse. Non certo merito di un cast che vede Toni Servillo, legnoso ispettore alla ricerca della chiave di un mistero insolubile. O Jean Reno, ambiguo psichiatra dal volto amico. O Alessio Boni, vittima sacrificale come ogni insegnante male in arnese perfino con se stesso e la propria fisionomia. Attorno a loro c’è un paese in subbuglio, ma soprattutto ci sono i media. O quel che resta di loro, in un’analisi impietosa che l’autore del romanzo – allo stesso tempo anche regista del film – compie in questa escursione cinematografica che rappresenta il suo esordio dietro la macchina da presa, con la visibile ambizione di mostrarsi abile non solo con la penna, ma anche documentato sulla cronaca e critico al punto giusto. In una parola, perfetto. E l’accusa di narcisismo che nel film compare in tutt’altro contesto e cornice, diventa presto appannaggio pure di Carrisi.

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Ciononostante, La ragazza nella nebbia resta un film che dimostra, una volta di più, quanto l’Italia sappia produrre opere cinematografiche accettabili e non sia soltanto ammalato di commedie malriuscite e goffe come tanti post cinepanettoni ormai andati a male, molto oltre la data di scadenza. Tra i pregi maggiori sta un’attualità che si fa protagonista, alla quale i riferimenti frequenti sono veri e propri atti d’accusa. E il giallo si trasforma anche in una sorta di noir dove abbondano personaggi al confine con l’emarginazione. A partire da un inquirente che si lascia mettere sotto scacco, un insegnante in crisi con una famiglia zeppa di contrasti, uno psichiatra dai mille volti, i modesti genitori della ragazzina sparita dilaniati fra umiltà e follia religiosa, giornalisti degni – loro sì – di una cura di igiene mentale. E soprattutto etica. La fame del mostro a tutti costi, da offrire in pasto all’opinione pubblica assatanata di sangue purchessia, è la cifra che riassume il lavoro di un inquirente e quello di una squadra della televisione d’inchiesta, nel quale si confonde l’identikit di chi deve scavare per trovare il bandolo di quella sparizione. Il giornalista o l’ispettore. In questo marasma mediatico-ispettivo spuntano citazioni nemmeno troppo criptate.

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I plastici che si alternano fra le sequenze, restando quasi avulsi dallo svolgersi della trama, sembrano richiamare a quelli spuntati spesso in tante trasmissioni d’informazione vestite da talk show salottieri sulle generaliste reti Rai. I contorni del dramma da chiarire – chi ha rapito la giovanissima Anna Lou – assomigliano da vicino alla sofferenza di Jara Gambirasio. La fisionomia della vittima la ricorda. Ma non solo. Elementi di una tragedia, anche allora approdata sui canali della tv a caccia del mostro di turno. Insomma, un bruciante attacco al sistema italiano sul versante della comunicazione, in cui viene da domandarsi se, in fondo, la classe giornalistica sia così deteriorata e immiserita da non saper distinguere realtà e garantismo, ma voglia a tutti i costi cercare un capro espiatorio a qualsiasi prezzo. La ragazza nella nebbia diventa così un giallo sociale in cui il pubblico scorge pezzi di una cronaca che gli è fin troppo familiare. Almeno per lo spettatore più attento, per chi si spinge oltre il film e cerca di riconoscere, nella finzione romanzata, temi di ispirazione attuale tutt’altro che difficili da individuare. Al di là delle accuse – giuste o sbagliate lo stabilirà la platea – l’opera di Carrisi dimostra che anche un giallo può spingersi oltre l’elementarità di una trama circoscritta alla vittima di turno e all’inquirente che deve mettere in luce la dinamica di morti regolarmente violente. E di questo va dato merito all’autore per aver sfidato se stesso a compiere un passo più lungo del semplice esercizio di bella calligrafia, calando la fabula del suo racconto in un contesto che risulta familiare, ma impone un prezzo. Guardare l’indagine poliziesca e quella giornalistica con occhio severo e domandarsi se davvero gli uni e gli altri siano quelli che escono dai fotogrammi di Carrisi.

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