SQ7Controsensi dello spazio comune, dove i valori – universalmente conclamati e condivisi – restano tali soltanto a parole. The Square di Ruben Östlund, regista svedese al quale si deve Forza maggiore, è il film che ha vinto l’ultima edizione del Festival di Cannes. Si tratta tuttavia di un’opera provocatoria e surreale, destinata a disorientare lo spettatore per l’assenza di una trama organica che racconti lo svolgimento di un intreccio preciso. In primo piano ci sono infatti le contraddizioni e il mondo di incongruenze morali, etiche e materiali che caratterizzano la vita di questo scorcio di inizio millennio invadendo con una certa brutalità lo spazio privato e intimo dei princìpi. Una disamina che finisce per stupire ancora di più, in considerazione della sua provenienza. La Svezia, nazione tollerante e tranquilla, da sempre considerata la culla di una socialdemocrazia egualitaria, dove la distribuzione del reddito in maniera omogenea sia tale da non creare divari consistenti, è la sua cornice innaturale, si potrebbe dire. E il motivo sta proprio in quella società nordica così attenta al rispetto individuale e collettivo. Invece. Il regista  mette in crisi questo assunto presentando un film che già allo stadio progettuale portava in primo piano una realtà diversa da convinzioni e convenzioni. The square nasce da un banalissimo “infortunio”, cioè un borseggio, realmente avvenuto nel centro di Göteborg, tranquilla città che qualche anno fa è stata sconvolta da un susseguirsi inquietante di scippi e rapine ripetutesi spesso in mezzo a una folla distratta, in cui nessuno è intervenuto in soccorso della vittima. Questo il pretesto che Östlund registra con la meticolosità del cronista. Invero, però l’analisi si spinge molto oltre.

SQ2

Il passo successivo a questo atteggiamento di disinteresse definito dai sociologi “effetto spettatore” – teoria secondo la quale la probabilità che qualcuno presti aiuto è inversamente proporzionale al numero di persone presenti in quel momento nel luogo pubblico dove si manifesta l’emergenza – è costituito dal caso di Värnamo, cittadina del meridione svedese. Qui, nella piazza più frequentata del paese, è stato delimitata un’area quadrata, riconoscibile dal perimetro a led luminosi. Chiunque si trovi all’interno di essa accetta di intervenire, in caso di necessità o disordine sociale, soccorrendo i malcapitati di turno in caso di furti, scippi, rapine o altre circostanze di necessità. Nata come un’opera d’arte è diventata un’installazione permanente e, sulla falsariga dei criteri che hanno spinto a concepire questa sorta di arte attualizzata, il protagonista del film, direttore di un museo, prepara un allestimento in cui si chiede al visitatore di scegliere fra due ingressi. Sul primo sta scritto “Non ho fiducia nella gente” e sul secondo il contrario. Naturalmente tutti scelgono quest’ultimo ma, all’interno di esso, l’ospite viene invitato ad abbandonare cellulare e portafogli  sul pavimento, creando così il disorientamento e le perplessità generali. L’esito tende insomma a dimostrare l’esistenza  di remore e freni al momento di tradurre nei fatti la propria stima spesso a parole fin troppe volte sbandierata. In buona sostanza ciò sarebbe l’accertamento di come sia difficile comportarsi secondo i propri principi, perché si tende sempre a teorizzare qualcosa da cui poi ci si discosta puntualmente nella pratica.

SQ1

Un esempio limpido di questo comportamento è il protagonista, Christian (Claes Bang), il direttore del museo sul quale convergono tutte le contraddizioni possibili. È un idealista, ma allo stesso tempo un cinico. È un uomo di potere nella guida e gestione museale, ma un debole in presenza dei suoi superiori. È un padre divorziato con due figlie – come il regista – ma lavora nel campo della cultura e si mostra sensibile a quesiti sociali ed esistenziali come nel caso anticipato. È capace di alimentare sentimenti anche in un rapporto di coppia, benché non istituzionalizzato, ma si mostra frettoloso e capace di dimenticare la compagna attuale. È convinto che “The square” possa davvero modificare i costumi mentali ed etici dei visitatori, ma è un camaleonte sociale, pronto a cambiare pelle a ogni momento. Alla sbarra sta quindi la fiducia. Grande assente – ma, nel gioco dei contrari, terribilmente presente – alla base di questa analisi del tessuto sociale contemporaneo dove continua a esistere soltanto in teoria. A completare il quadro di un’analisi dai contorni per tanti versi inquietanti stanno le figure dei due addetti alle pubbliche relazioni, attraverso i quali viene condannato il sensazionalismo di cui enti e istituzioni si servono, per mezzo di uffici spregiudicati, attenti solo ad accaparrarsi spazi sempre maggiori, utilizzando campagne ai limiti della decenza. The square esce così dai binari e dai canoni tradizionali per attaccare i gangli nervosi più sensibili, in un gioco di temi e trame che lambiscono una visione surreale della realtà, paradossale tuttavia a tal punto da suscitare risate provocate dalla sorpresa più che dall’ilarità. Ma spesso più drammatiche di ciò che accompagnano.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , ,