zoo3La ragione del disprezzo – inconscio o consapevole – con cui si legge spesso la parola “zoo” sta nelle inferriate delle gabbie che delimitano la libertà di un essere vivente, privo di colpe per meritare la reclusione. Una sorta di prigionia per innocenti, insomma. E una crociata che risvegli il senso etico di chi non concepisce l’ingiusta detenzione. Ma se ciò vale per gli uomini, per quale strano e infondato motivo dovrebbe essere invece benvisto sul conto degli animali. A tal punto da essere considerato un luogo ameno, dove portare i bambini per un pomeriggio di svago. Alla base del ragionamento che spinge – forse – a dare una risposta al quesito c’è l’equazione che pone su un piano paritario lo zoo, inteso come reclusione sia per gli uomini sia per le bestie. Ed è ciò che emerge  da La signora dello zoo di Varsavia di Niki Caro, dove la sorte della fauna ospitata nei cancelli di quello che assomiglia da vicino a un campo di concentramento è direttamente proporzionale a quella che attende gli ebrei all’indomani dell’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste.

kinopoisk.ruAntonina (Jessica Chastain) gestisce con il marito Jan Zabinski la struttura nel centro della capitale, ma quando le truppe del Führer s’impadroniscono del Paese, anche quest’attrazione viene chiusa e – con il pretesto di porre in salvo gli ospiti, trasferendoli altrove – zebre, elefanti e aquile vengono in realtà sterminati. La coppia si rende ben presto conto di quanto sta accadendo, ma si rifiuta di adeguarsi alla repressione antisemita e quello che pochi mesi prima era uno zoo diventa un segreto ricovero per i perseguitati della capitale, non solo e non necessariamente usciti dal ghetto. I coniugi fingono dunque un’apparente vita tranquilla ma sofferta a causa della bufera bellica e mettono in atto una resistenza tanto pacifica quanto silenziosa, dovuta al terrore di essere scoperti e subire punizioni. Le operazioni di salvataggio dei perseguitati durano per tutto il periodo del conflitto ma emergeranno solo alla caduta del Reichstag e alla liberazione. Soltanto allora l’ufficiale nazista (Daniel Brühl già visto in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, Niki Lauda in Rush di Ron Howard, il ristoratore ne Il sapore del successo di John Wells) si renderà conto di essere stato imbrogliato e troverà le tracce del passaggio di ebrei negli scantinati dell’abitazione della famiglia all’interno dell’ex giardino zoologico. Ormai però le deportazioni sono terminate e il mondo si sta avviando verso una nuova era. Il film si rivela ben presto una metafora inquietante in cui la prigionia degli animali assomiglia molto a quella cui sono sottoposti gli ebrei polacchi ricercati dal Reich.

zabiIn entrazabmbi i casi, la prospettiva di una fuga o di una liberazione da conquistare sottotraccia, rappresenta la via d’uscita a un dramma in cui le analogie di quadrupedi e volatili sono molto maggiori di quanto appaiano. I recinti dove vengono rinchiusi gli uni, in tempo di pace, per attirare visitatori e curiosi, sono le viscere degli scantinati dove sono stipati i cittadini che le truppe naziste vogliono dirottare nei lager. E le uccisioni degli stessi animali che poco prima l’ufficiale nazista si dichiarava pronto a voler salvare attraverso un trasferimento assomiglia al destino di tanti comuni cittadini, colpevoli di appartenere a un’etnia diversa dalla razza ariana. La signora dello zoo di Varsavia racconta insomma la seconda guerra mondiale vista dal popolo polacco attraverso gli occhi e la voce delle persone comuni. Ma non solo. A loro modo, sono anche gli animali a testimoniare una prospettiva del conflitto da un punto di osservazione molto particolare. Assai raramente viene affrontato il tema della bufera bellica nell’ottica delle bestie, ma anch’esse ne hanno vissuto e sopportato le nefaste conseguenze pagando un tributo di sangue che gli uomini hanno ingiustamente imposto loro come ai propri simili. Una varietà tematica nuova che offre uno spiraglio aggiuntivo al filone della cinematografia che si è occupata dei totalitarismi novecenteschi e dei rispettivi risvolti e caratteristiche. Il grande schermo si è dedicato a più riprese a ritrarne i contorni, attraverso un profilo particolareggiato e diversificato di cui si offre ampia e dettagliata testimonianza nel volume Dittatori al cinema di Stefano Giani (Gremese, pp. 155, euro 19,50) a dimostrazione che, nonostante il tempo trascorso e la sterminata filmografia di questi ultimi settant’anni, quest’epoca storica è ancora fortemente sentita e avvertita. Nella fattispecie, quella raccontata dalla regista Niki Caro è una storia realmente accaduta e per i meriti dovuti ad aver procurato la salvezza a molti ebrei polacchi, i nomi di Antonina e Jan Zabinski sono stati inseriti fra quelli dei “Giusti fra le nazioni” con un’iscrizione allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto a Tel Aviv. Jan Zabinski, direttore dello zoo, sopravvisse alla guerra per poi spegnersi nel 1974 a 77 anni d’età, dopo essere rimasto vedovo nel 1971, quando morì la moglie Antonina Erdman Zabinska, allora 63enne.

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