big3Se è vero che al cuore non si comanda, è altrettanto vero che nemmeno al passaporto si comanda. E se a conquistare i sentimenti è una dolce metà diversa per razza, abitudini e convinzioni, se ne rende conto anche un pagliaccio. Perché Kumail è un cabarettista, costretto a guadagnarsi da vivere come tassista, dal momento che la ribalta non è generosa con chi non ha un nome affermato. Nondimeno, non rinuncia a tentare di far ridere. E quel colpo di fulmine per Emily (Zoe Kazan), americanina bizzarra, diventa un filone di ispirazione inestinguibile per lui, pachistano emigrato negli States con retroterra islamico. Ma quella che appariva solo un’infatuazione diventa ben presto amore e, a metterlo alla prova, giunge il più pericoloso dei nemici. La malattia. Kumail smette di ridere, ma deve continuare a far divertire gli altri. Il suo pubblico. Quelli che non si interessano della sua vita ma pretendono lo sghignazzo. Le risate grasse di un piano bar. E poco conta se il finale è di quelli che restituiscono il sorriso o lasciano l’amaro in bocca, perché The big sick di Michael Showalter ha il pregio di affrontare l’integrazione con animo lieto e soprattutto di mostrarlo nella prospettiva di chi è estraneo al mondo occidentale. La famiglia pachistana di Kumail. Il suo disappunto. Il tentativo di ammannire al figliolo una sposa sempre nuova, di settimana in settimana, purché sia musulmana doc. Ed è impossibile non divertirsi davanti ai siparietti di una famiglia tradizionalista, che non sa come mostrare il proprio disappunto al rampollo, ma non riesce a disinteressarsi di lui. Mammà è uno spettacolo nella sua ritrosa arrabbiatura, che non le impedisce di cucinare i manicaretti preferiti da quel figlio disobbediente.

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Insomma, si ride sullo sfondo di ciò che diventa drammatico perché anche la sofferenza è un motivo di confronto. Kumail entra nel profondo della società occidentale facendo la conoscenza dei genitori di Emily e lo spunto è l’occasione per prendere contatto con un mondo nuovo. Distante. Ma a volte terribilmente vicino al cuore islamico che, nel dolore, batte esattamente con la stessa accelerazione di quello cristiano. Riportare il film entro confini di confronto religioso o razziale equivarrebbe tuttavia a travisarne il senso e lo spirito. Si guarda il microcosmo sentimentale e sociale con la scanzonata leggerezza che non fa sentire mai lo spettatore in dovere di schierarsi con la famigliola asiatica o con quella nordamericana. Al punto che il titolo – centrato con la trama – risulta assolutamente stridente con il tono utilizzato per narrare la storia. “La grande malata” – tradotto da un inglese che in Italia non ha particolare appeal – non rende giustizia alla disinvolta interpretazione di un tema che The big sick non scandaglia mai nel suo lato drammatico, nemmeno nei punti in cui la componente comica lascia il posto a una più accentuata seriosità. È successione di fasi che talvolta stemperano tristezze, talaltra rendono più riflessivo il paradosso da cui nasce l’ilarità. Il risultato di questa singolare sommatoria, che tiene quest’opera a dovuta equidistanza tanto dalla drammaturgia quanto dal cabaret, è una commedia mai banale pur nella sua semplicità, ma nemmeno scabrosa o inquietante. Al punto che la stessa malattia della protagonista e il coma in cui precipita non fanno mai così tanta paura come lo farebbero nella realtà.

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Il risveglio di Emily finisce per essere solo parziale. Recupera il possesso di corpo e spirito, ma non quello del cuore. E servirà un nuovo terremoto per garantirle una presa di coscienza davvero totale. Il film è consigliato a chi vuol divertirsi con sana spensieratezza, lontano dalle grevi cadute di certo cinema comico di casa nostra. E non disdegna – ogni tanto – qualche batticuore purché non manchi mai la capacità di individuare il lato allegro perfino nel dolore. Con un’avvertenza. Guai a chiamarlo cinismo. Proprio questa alternanza rispecchia il tenore di tanti giorni che si rivelano piccole tessere di una quotidianità fattA di drammi da guardare con l’atteggiamento dissacrante di chi ridimensiona le difficoltà per superarle. Altrimenti anche Kumail rischierebbe di non sorridere mai più. Ma dietro l’improvviso crollo di ispirazione che mette in crisi la sua vena ironica si nasconde una sorpresa. Perché la speranza non è l’ultima a morire. Semplicemente, non muore mai. Ma la sorpresa non svelata dal film  è che si tratta di una storia vera. Non per nulla Kumail Nanjiani recita nei panni di se stesso la sua storia d’amore con Emily Gordon, sceneggiatrice del film insieme a lui. E sua moglie nella vita, in questo film interpretata da Zoe Kazan.

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