FOTO DI SCENA DEL FILM ?AGADAH?Che cos’è mai la virtù se non un pregiudizio accettato senza discutere…

In gergo cabalistico, “agadah” significa narrare. È affabulazione. Ricordo. Forse perfino mito. Un passato ricco di scorribande. Erotismo, meglio se multiplo, come va di gran moda nell’immaginario dell’alcova da terzo millennio. Armi e cavalieri. Il mondo onirico di una favola, a metà strada tra epopea e gesta individuali, ammantate di eroismo. Presunto o reale è un mistero. Quello dell’invenzione di una trama che mescola gli eterogenei confini dei valori in un tutt’uno denso di se stesso, da cui ogni composto e componente stenta però ad avere una fisionomia precisa. Agadah di Alberto Rondalli sta in rapporto con la letteratura e il cinema, traendo origine e ispirazione dal Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki, risalente al 1805 e approdato sul grande schermo nel 1964 per merito del regista polacco Wojciech Has. Ma le avventure di Alfonso van Worden hanno lo stesso colore del Racconto dei racconti di Giovambattista Basile recentemente “recuperato” da Matteo Garrone, o delle varie edizioni e stesure cinematografiche del Decameron di Giovanni Boccaccio. Libri – e quindi film – costituiti da una raccolta di novelle a scatola cinese, ovvero una di esse può contenerne un’altra. Anche Agadah segue la stessa falsariga e il protagonista (l’argentino Nahuel Pérez Biscayart visto recentemente in 120 battiti al minuto di Robin Campillo, in corsa per l’Oscar al miglior film straniero) attraversa dieci giornate narrando – appunto – le avventure di quel giovane ufficiale vallone che nel maggio 1734 attraversa l’altopiano delle Murge per ricongiungersi al reggimento del re di stanza a Napoli. Nonostante Lopez, uno scudiero che ricorda da vicino il Sancho Panza di cervantiana e donchisciottesca memoria, lo dissuada dall’iniziativa perché la regione è infestata da spettri e demoni, il cavaliere si mette ugualmente in cammino a cavallo.

I GIORNATA (CRISTIANESIMO E ISLAM) – Il cristiano Alfonso si imbatte in due fanciulle musulmane che si dichiarano sue lontane cugine e tentano di sedurlo. Il tema è il confronto fra la natura cristiana del cavaliere e quella islamica delle due donne. Il crocefisso al collo dell’uomo finisce al centro delle discussioni del terzetto, ma in tutti resta fermo il principio di non abiurare dalla propria confessione. Il tema più dibattuto dell’attualità trova qui un riscontro significativo nel motivo della lealtà che si riflette nella pretesa fedeltà chiesta dalle due donne all’ufficiale per poter diventare sue spose.

II GIORNATA (POLIGAMIA E INCESTO) – Il protagonista vive lo stupore e l’imbarazzo nella sensualità delle due sorelle, che appare una promessa concreta di incontro carnale. Il compiacimento dell’unione si coniuga però al dubbio. La religione cristiana non ammette che un uomo abbia due mogli ed esclude perfino il matrimonio tra consanguinei. Se quest’ultimo appare come un ostacolo aggirabile, resta invece un valore non sindacabile quello della monogamia. Anche in questo caso torna a emergere il tema del rispetto e della devozione a una sola delle due donne che invece nella novella tendono a proporsi come un tutt’uno indissolubile diventando così motivo di divisione e riunione al tempo stesso in un ossimoro irrisolvibile.

PomellatoIII GIORNATA (FANTASMI E CASTIGO) – Lo spettro si affaccia nella mente di Alfonso che vive le giornata in una sorta di mediazione tra sogno e realtà. Si risveglia ogni mattina ai piedi della forca dove sono stati impiccati due banditi e da qui si dipana la narrazione. Il fantasma evoca direttamente la paura connessa, metaforicamente, a ogni avvenimento di cui si temano conseguenze ostili. La sofferenza, legata a gesti o incontri traumatici, è letta anche come il castigo imposto a chi compia azioni efferate. Il timore, rappresentato nel pavido Lopez della trama, si accavalla così alle allucinazioni del viaggiatore sognatore alle prese con il soprannaturale.

IV GIORNATA (SESSO E SOGNO) – L’itinerario di van Worden  è costellato di presenze femminili conturbanti e seducenti. Il rapporto carnale evoca la fisicità, contrapposizione precisa di ciò che invece è il sogno, per sua natura, pura astrazione. Ma al tempo stesso, l’idillio vissuto oniricamente è il desiderio – vagheggiato, rincorso e raggiunto – spesso di soppiatto e di sfuggita dagli occhi indiscreti di tutrici e famiglie. Concreto e astratto si confrontano in un braccio di ferro impossibile, ma cinematograficamente e letterariamente plausibile.

V GIORNATA (CABALA E SPETTRI) – L’inquietudine di notti turbate da sogni funesti si coniuga anche al significato che essi tendono a trasferire nella psiche, prima che nei giorni di chi li alimenta. Alfonso si confronta anche con l’interpretazione di numeri, astrazioni, tradizioni, figure evocative per poi tornare a imbattersi nuovamente con le difficoltà di un viaggio che si traduce in qualcosa di altrettanto arduo, riproposto dai due furfanti che pendono dalla forca giustizialista di una terra in balia di se stessa dove gli unici viaggiatori sono van Worden e il fido scudiero.

VI GIORNATA (CABALA E MAGIA) – Quello di Alfonso è esoterismo più che interpretazione della Bibbia secondo la dottrina ebraica. Ovvero ciò in cui consiste proprio la cabala. Non a caso il Manoscritto – e di conseguenza anche il film – lega questo concetto alla magia che incrocia il cammino di Alfonso come qualsiasi umile personaggio della quotidianità. L’incantesimo è l’astrazione che permettersi di sottrarsi alla realtà, di ritrovarsi in un mondo fittizio e di sogno con la caratteristica della positività e la soddisfazione di non essere risucchiati nel vortice della disperazione. Van Worden diventa così un parametro dell’uomo comune nei suoi vezzi e nelle sue capacità di uscire dal mondo.

VII GIORNATA (I GITANI) – Nomade è il protagonista come nomadi sono coloro che incontra e gli offrono il racconto della loro storia. Di una provenienza contesa, anche stavolta, tra il sogno e la realizzazione dei propri sogni. La donna che incontra sul suo cammino e attraversa le parole del gitano è una compagna di vita che passa dall’astrazione al compiacimento di una vita fatta di soddisfazioni terrene guadagnate con il gusto di saper assaporare i piaceri naturali dei giorni. Il racconto dello zingaro Avadoro si configura come una matrioska narrativa. All’interno della sua testimonianza si aprono finestre in successione dove ognuna ne contiene un’altra fino a disorientare lo spettatore come lo erano stati i viaggi del nomade.

aga1VIII GIORNATA (DISTRAZIONE E PUNIZIONE) – Il vecchio Belial (Umberto Orsini) è una delle infinite figure che affollano il viaggio di Alfonso. Dall’ebreo errante al cabalista. Dal geometra Velasquez a Rebecca. Fino allo stesso Potocki, autore del Manoscritto, espressamente citato dal regista. L’anziano è il saggio che impartisce ordini e condiziona destini. Una sorta di emulo satanesco che pilota i destini e li riconduce alla propria sfera d’azione. Sottrarsi ad esso equivale sottoporsi incondizionatamente alla punizione suprema. A ogni rinuncia. Anche stavolta il male entra nel destino e nelle vite degli umani in una dimensione che poco ha a che fare con la finzione. Eppur lo è.

IX GIORNATA (IL SOGNO) – Il penultimo atto è la consapevolezza del sogno. Tutto ciò che ha preceduto gli incontri di van Worden non è altro che una summa di casi astratti incontrati in una successione apparentemente incomprensibile. È ormai chiaro che tutti i personaggi sono espressione di un mondo onirico più che fantastico. Non c’entra capacità affabulatoria del narratore. Ogni risveglio è pari al destarsi da un’avventura che non ha avuto alcuno spostamento da parte del protagonista. Ma risulta più simile al racconto di chi al mattino rende partecipi gli altri del suo viaggiare notturno.

X GIORNATA (L’INIZIAZIONE) – Van Worden conclude il suo itinerario. Quella che sembrava un’astrazione onirica si svela invece per quello che era stato pensato in origine. Un percorso iniziatico. I temi rappresentano le tappe che il protagonista ha dovuto affrontare. Nell’ultimo capitolo lo attende una pagella che sarà di promozione. Ma soltanto un valore sarà riconosciuto per dare all’ufficiale il meritato premio. La lealtà.

Agadah vanta un cast di primissimo piano. Dai citati Biscayart e Orsini all’ex Bond girl Solange di 007 Casino Royal, Caterina Murino. Da Alessio Boni, recentemente visto ne La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi  a Valentina Cervi, nipote di Gino Cervi e figlia dello sceneggiatore Tonino, che ha recitato per Francesca Archibugi (Mignon è partita), Pupi Avati (La via degli angeli) e Spike Lee (Miracolo a Sant’Anna). A loro si aggiungono Alessandro Haber e  Flavio Bucci, che hanno attività prevalentemente teatrale. Il film è ambizioso. Forse troppo, non tanto per valutazioni esclusivamente estetiche – scene e costumi hanno un pregio non comune – quanto per l’eterogeneità delle tematiche affrontate che inevitabilmente non possono essere adeguatamente sviluppate come invece in tanti casi meriterebbero. Ma in fondo Agadah è un racconto, si è detto. E allora poco importa se tante riflessioni restano sospese a mezz’aria, in attesa che lo spettatore paziente trovi il modo di districarle e approfondirle. Il limite forse sta proprio qui.

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