gli sdraiati1I ragazzi della quarta H hanno gli occhi grandi e tanta voglia di vivere. Ridono di gioia. Uno di loro ce l’ha fatta. Ha girato un film. Gaddo Bacchini va al Manzoni. È uno come tanti, uno che non ci credeva. «Vuoi che la Archibugi scelga proprio me…». Invece. «È bello e antipatico, come mi serviva» ha spiegato la regista. Gli sdraiati è una film che racconta di padri che non capiscono i figli. E lottano contro di loro. Figli che non capiscono i padri. E lottano contro di loro. Ne esce un quadro di antipatia generale e generalizzata in cui cadono entrambe le generazioni. L’una pedante quanto forse non è nella realtà, dove piuttosto appare estrema. Egoista e distratta al punto di ignorare i figli e lasciarli in balìa di un destino fatto di pane, Facebook, alcol e pasticche. Oppure protettiva e guardinga al punto di impedire anche semplicemente gli appuntamenti più innocui e alimentare dubbi su ogni legame, perfino il più affidabile. Tutto condito dalla professione del genitore (Claudio Bisio) di grande visibilità mediatica, con contorno di invidie e ammirazione. Il branco è il branco. Giovani come lupi. Assatanati dalla furia di mordere una vita che perde senso a ogni sorsata di birra e ogni bottiglia finita sul selciato. Gioventù bevuta. Eccesi che paradossalmente si sposano con l’insofferenza di padri esclusi. Senza dialogo o compagnia. O forse l’amicizia. Perché i papà del Duemila hanno la pretesa di essere gli amici e confidenti dei loro figli. Frontiera irraggiungibile. E insuperabile per diritto di natura. Dove l’uno, inevitabilmente, subisce l’autorità dell’altro.

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Se si vuole, Gli sdraiati, nuova incursione di Francesca Archibugi nel tema della famiglia e dell’adolescenza, è un film di opposte tendenze che faticano a comporsi e ricomporsi. In mezzo a loro il tema di una Milano distaccata e respingente che forse ha deciso di chiamarsi fuori dalla prospettiva di recitazione in cui la regista ha scelto di relegarla. E così escono i falsi miti di un’adolescenza che dà il brivido dell’onnipotenza. Per i nativi digitali, Bisio fa scena sì, ma fino a un certo punto. Di Cochi chissenefrega. La Archibugi è una signora che parla. Gigio Alberti ha i capelli troppo bianchi e Michele Serra, autore del romanzo epistolare da cui è tratta l’ispirazione, pure. Scrittori senza appeal, insomma, mica come la Rowlings. Ma, Gaddo… Nel film è Tito. Uno di quelli che lasciano lo yogurt a metà sul tavolo del salotto e il dentifricio aperto. Uno di quelli ai quali il padre invade regolarmente la sfera privata. Uno di quelli che si sbronzano, perché oggi la droga di ieri si chiama alcol. Rum, tequila e wodka fanno più paura dell’eroina. E spaccano il fegato. Bisio è un papà pedante. Predica. È un tagliato fuori. E sbrocca. Finisce sull’orlo del collasso. Rivede il film della sua vita sbarellata. Una tresca con la cameriera che mette al mondo una figlia, guardacaso, fidanzata al suo Tito. Una del Manzoni. Una che non beve. Perché il branco le fa orrore. Come quelle sbornie malate. Zuppe di sogni marci. È silenziosa, Alice. In fondo non ha nulla da dire. Né forse da sentire in quel mondo imputridito dall’alcol. E Bisio teme che sia figlia sua.

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Drammi da separati in una benestante Milano che sembra lontana galassie anche alla Archibugi. «Mi ha dato l’idea di lavorare all’estero». Ha cercato di conoscerla. L’ha girata in bici. Ce l’ha messa tutta. Ma Milano non ricambia chiunque. Cochi è Caronte e Virgilio al tempo stesso. Tassista da circonvallazione interna e strade di periferia, “guida” saggia in una vita sballata. Lei, la città, non ci ha messo il cuore, ma solo la faccia. Perché Milano è così. Femmina che si concede solo a chi vuole lei. E alla Archibugi, maestra nel descrivere famiglie, serviva una cornice non una protagonista. Così ha fatto la sua parte, come da copione. Rivedendo il film, Serra ha sostenuto di avervi individuato un fattore estraneo alle sue pagine. L’indifferenza. Un tema invece assente dai fotogrammi della Archibugi dove invece è proprio l’eccesso, l’overdose di presenzialismo di un padre a determinare nel figlio l’incapacità di sopportare. Ma tant’è, l’adolescenza contesa e dilaniata è tema attraente in questa società che ha perso molte delle vie di comunicazione tradizionali e si scopre logorroica ma incapace di guardare negli occhi. Perché tutto è filtrato. Tutto è social. Telefonini. Internet. Alcol. In questa prospettiva colpisce il personaggio di Alice (l’esordiente Ilaria Brusadelli). Al Manzoni era in trasferta, lei che è nata a Rho, vive a Seregno e studia a Bollate all’Itc «Primo Levi». E non è amica di Gaddo. Nemmeno su Facebook. Perché il cinema non è la vita, «ma se capitasse il bis…». Milano invece non è al debutto. E i ruoli da star li conosce bene.

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