DIR1Non c’è felicità per chi emigra. Mai. Abbiamo preso direzioni sbagliate, ecco il problema

 

Un professore di filosofia sull’orlo del suicidio. Una storica estromessa dalla carriera universitaria per non aver accettato le avance di un docente. Un chirurgo in procinto di cercare fortuna all’estero. Una ragazzina nemmeno maggiorenne che vende il suo corpo a un vecchio. La confessione di un anziano a un cane solitario. Un uomo che si avvia verso il trapianto scortato da un prete ortodosso alla guida del taxi per arrotondare. Quella del tassista non è una professione, in Bulgaria. È un rifugio. Chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese integra i magri guadagni con le notti insonni per scarrozzare il popolo della notte. I mille volti delle tenebre. Lugubri risa notturne di scherno. E l’ignominia sottobraccio. Storie diverse con un denominatore unico. La corruzione. Non solo quella delle stecche. Ma dei costumi. Della dignità tradita. Delle speranze impossibili. Di un domani già tramontato prima ancora di cominciare. Tutto inizia con un fatto di cronaca, realmente accaduto. Un padre di famiglia, piccolo – anzi minimo – imprenditore, guida un’auto pubblica per integrare le sue scarse finanze. La longa manus dell’onorata società – che non è la mafia, ma uno Stato in doppiopetto – gli recapita la richiesta di una tangente. L’uomo che non vuol cedere al ricatto e intende mantenersi onesto, denuncia l’estorsione. E le mazzette raddoppiano, perché anche la commissione che vaglia la pratica vuole la sua fetta di torta. Disperato, l’imprenditore-tassista spara al banchiere ricattatore e poi si uccide. Il caso sconvolge il Paese, invade i dibattiti, fa salire l’ira. Insomma, divide. E rimbalza sui canali radio dove i colleghi ascoltano, in un inquieto silenzio, i commenti degli intervenuti.

DIR2

Directions – Tutto in una notte a Sofia di Stephan Komandarev, presentato a Cannes nella sezione Un certain regard, fruga a mani nude tra le pieghe di una società malata. È la Bulgaria post comunista, ma potrebbe essere qualsiasi città occidentale, dove ormai dilaga la prostituzione nascosta dietro le pieghe di un telefonino o costumi sconnessi e scuole marinate con scuse pretestuose. Il film è un’eccellente metafora di tutto ciò che si fa velo con un gesto comune. Un dito che cela le ferite di questi anni Dieci di un terzo millennio, corrotto da varie forme di disumanità. Dove perfino Dio deve guidare un taxi e non diffonde la Parola ma bigotti predicozzi. Fino alla disperazione pura, ma dignitosissima di un vecchio ormai solo. Con una pizza sbocconcellata in mano che intravvede a bordo strada una cane. Solo come lui. E riconosce l’unico essere vivente al quale meriti confessarsi. Si avvicina e offrendogli i rimasugli di un pasto frugale gli racconta la vedovanza. La perdita del figlio che i medici non hanno saputo curare né salvare. Le proprie lacrime. Mentre quel meticcio, tra un boccone e l’altro, sembra ascoltarlo paziente. Fiducioso. Come gli uomini non sanno fare. È un attimo di lirismo che soffia adamantina poesia su immagini ben più crude di tante altre, dolorosamente normali all’apparenza. Komandarev, ex psichiatra infantile, racconta un mondo. Il suo. Ignorando però che è lo stesso al di là di tanti altri confini. Perché la patria del denaro è una terra in cui non servono passaporti. Dove vive la cupidigia. E non distingue limiti. Tutto è lecito, perfino l’illecito. Come le parole di una ragazzina disposta a tutto. “Io voglio i soldi, voglio diventare ricca. E in due ore in albergo guadagno più di te in tutta la giornata”, aggredisce il tassista che la riporta a scuola. Cioè al dovere. Alla correttezza. Alla legalità.

DIR3

La notte di Sofia brilla di luci ferite. È colpita al cuore. Maltrattata. Violentata. Le piccole storie minime dei tassisti delle tenebre sono le direzioni fuori strada di una collettività che ha imparato a prosperare nei suoi stessi vizi. Il mancato rispetto. La delusione contagiosa. La paura nei volti dei buoni e in quelli dei cattivi. Komandarev ha trasferito nel cinema il metodo della medicina. Il primo passo è la diagnosi e la cura di una patologia è l’analisi. E questo ha fatto, traducendo in immagini la presa d’atto delle storture civili. Il suo personalissimo auspicio è un dialogo che prenda piede, affinché ognuno possa confidarsi a una platea e non solo a un cagnolino, per quanto quest’ultimo abbia certamente una comprensione più paziente e sviluppata. Directions è costruito con un prologo e un epilogo. Dell’apertura si è detto. È tragedia che nasce dall’attualità. Si sviluppa improvvisa e imprevedibile. Prima che il suo dramma precipiti, il protagonista accompagna la figlia a scuola e non è un caso se la ragazzina non sia un’attrice, ma la figlia dello stesso Komandarev. Ignara come il padre di ciò che sta per accadere, dopo quel saluto all’apparenza così distrattamente ingenuo da apparire l’unico possibile. E plausibile. Ricompare nell’ultima scena. Le falcate tristi che affondano nella neve mentre s’incammina a scuola. Il tempio dell’educazione, oltre che dell’istruzione. Dove si apprende ciò che non si conosce. Il film è preghiera. Perché il mondo che verrà nasca davvero dalle ceneri di un passato corrotto. Nessuno sa però se l’uomo sarà capace di cancellarlo. E avrà voglia di voltare le spalle al male, anche se talvolta ha un aspetto tanto dolce e persuasivo.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , ,