hh1Una carrozzina scivola verso il mare. La spinge una ragazzina. Vi siede il nonno. La serietà – grave e greve al tempo stesso – solca quei volti che sanno di morte. Come fine. Termine. Apocalissi del sentimento e della sensazione. La fiducia nel domani è defunta prima di nascere. Oppure è ormai al capolinea. È il gioco delle età, verdissima l’una e decisamente matura l’altra. Antipodi anagrafici con la mancata fiducia nel futuro come comune denominatore. Si cessa di vivere, insomma, pur restando vivi. Guardando fissi un orizzonte che non esiste, fatto delle diverse tonalità di un azzurro che odora di nero e puzza di corpi imputriditi. Il cuore continua a battere all’interno di involucri rassegnati. L’alfa e l’omega restano due lettere senz’anima su un foglio bianco gettato nel nulla. Agra ironia forzata di un’immagine che contrasta un titolo di ben altro spessore. Happy end evoca l’opposto di quel mesto end al quale assistono tutti i personaggi del film di Michael Haneke. Dal vecchio Jean Louis Trintignant, citazione di se stesso, per aver preso parte anche al precedente lavoro del regista austriaco, alla presentissima Isabelle Huppert, ormai alle soglie dello stakanovismo cinematografico con cinque film in due anni scarsi, alla sostenuta media di uno ogni quattro mesi.

Quest’ultima opera, che difenderà i colori austriaci nella corsa alla statuetta per il miglior film straniero, torna su temi relativi all’anzianità, già accennati nel precedente Amour, con il quale ha vinto l’Oscar e la Palma d’oro a Cannes. Anche Happy end viene dalla passerella francese e affronta il quadro d’insieme di una famiglia dell’alta borghesia di Calais, in cui il vecchio patriarca è anche il fondatore dell’impresa alla quale tutti partecipano. È un casato in dissoluzione, ma ciò che colpisce non è tanto il crollo del livello di censo quanto quello morale, più che etico. L’analisi di una classe sociale in crisi attraverso il dissolversi di infiniti assetti e il male di vivere dettato da una comunicazione difficoltosa e spesso strozzata. Una simbologia che trova conferma nel sofferto rapporto del padre con la figlia del primo matrimonio e nell’atteggiamento angosciato di Eve, la piccola di casa. Quella che spinge la carrozzella del nonno nelle acque di un abisso accennato, tuttavia più presente e vicino di quello evocato metaforicamente. La ragazza ha uno sguardo disarticolato sulla realtà, il suo mezzo di espressione è il telefonino con il quale filma ogni dettaglio di vita. Dalla quotidianità alle complessità dei risvolti psicologici. Ma da questo atteggiamento in verità traspare l’incomunicabilità e la versione autoreferenziale dell’esistenza, come sull’orlo di un baratro nel quale non rischiano di precipitare soltanto i protagonisti ma anche il cinema stesso, destinato a perdere il proprio valore e a essere sostituito da un uso superficiale e distratto. Lo stesso sguardo sui giorni che risulta rattrappito dall’ottica ottusa dell’obiettivo della fotocamera cellulare agli antipodi di quello che invece una volta era una panoramica eterogenea e ricca.

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Eve, insomma, è la trasposizione del nuovo secolo di ciò che era la Giulia ne I pugni in tasca di Bellocchio. Una ragazza risucchiata nel vuoto esistenziale oggi come oltre cinquant’anni fa. Identiche caratteristiche psicosociali che uniscono due figure premurandosi di sottolinearne anche gli aspetti che le distanziano nel tempo e nello spazio. L’Italia del ’65 non è la Calais di oggi e la tecnologia lascia che divergano le modalità con cui Giulia e Eve denunciano lo stesso malessere con linguaggi diversi, a distinzione delle diverse epoche nelle quali si trovano a vivere. Fino a quella scena in cui la ragazzina spinge il nonno in acqua, simbolico annegamento di ogni speranza sul futuro. E Haneke denuncia questa incapacità reattiva, auspicando proprio quella sterzata di cui si avverte l’assenza ma soprattutto la necessità. Happy end non è privo nemmeno di una connotazione ideologica che si riflette in una sorta di critica alla società francese per la sua debolezza e la crisi di valori e ideali che ne hanno precipitato profili e caratteri nell’elettroencefalogramma quasi piatto che Michael Haneke traduce per immagini nella sua disamina di una borghesia che sembra aver abdicato perfino a se stessa.

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