LO9-Maryana Spivak
L’avrei tenuto, avresti dovuto saperlo…

 

 

L’esclusione non ha età. Ha il sapore amaro del rifiuto, l’intensità di non sentirsi accettati che si coniuga in due tragiche parole. Senza amore. Le stesse che danno il titolo a Loveless di Andrey Zvyagintsev, presentato a Cannes, su un tema scottante quanto vicino. Non essere voluti significa non essere amati, un concetto che il film declina nella chiave – spettrale – di una coppia ormai prossima al divorzio, in cui entrambi hanno già iniziato nuove relazioni e intendono dedicarsi a tempo pieno ad esse “dimenticando” il figlio. Nessuno vuole offrirgli insomma quel nuovo inizio che tutti e due vogliono invece riservare a loro stessi. La vicenda è ambientata in Russia, ma il dettaglio poco conta perché il tema, attualissimo, può trovare posto in qualsiasi angolo del mondo. I matrimoni si rompono a qualsiasi latitudine e i figli sono spesso l’azzardo per dimostrare che ogni nuova relazione è davvero quella giusta. Un’ammissione di responsabilità e di errore chiusa in quel davvero su cui tutti i partner mettono l’accento. E, con qualche audacia ironica, si potrebbe dire che si sposi proprio con la determinazione a rivendicare per sé quel famigerato “nuovo inizio”. Parole che contraddistinguono chi è stato sconfitto dai propri sbagli e cerca una strada nuova verso l’affermazione. In nome di questa forma di egoismo, marito e moglie ormai ai ferri cortissimi, si scatenano in un braccio di ferro impietoso e crudele perché nessuno dei due vuole curarsi della tutela del figlio finché un giorno il piccolo scompare. Il dramma si trasferisce così dalle mura familiari a quelle più ampie della città e della regione. Le ricerche del piccolo, svanito nel nulla, sottolineano il disinteresse e la superficialità di un padre e una madre che dimostrano di non conoscere il proprio figlio. E sono destinati a rimanere esclusi a loro stessi perfino nelle nuove esistenze che li aspettano.

LO16

Tragicamente splendido, Loveless mette l’una di fronte all’altra due categorie di persone, con notevole discrepanza numerica a evidenziare quanto ancora resta da fare sotto il punto di vista umano. I due crudeli genitori e le altre presenze che mostrano lo stesso individualismo si specchiano con l’unico personaggio positivo, costituito dal coordinatore dei volontari dediti alla ricerca del bambino. L’egoismo aprioristico e refrattario a qualsiasi sacrificio, secondo il teorema del regista è sterile e non porta ad alcun risultato mentre la dedizione a favore di un prossimo del tutto sconosciuto, in un gesto gratuito e disinteressato possono aiutare l’uomo a correggere veramente i propri errori. Quanto si è disposti a sacrificare si chiede Zvyagintsev e la risposta resta drammaticamente sospesa nel vuoto di un silenzio inquietante. La madre e il padre sono respingenti. Crudeli. Privi di cuore e persino dei requisiti minimi per poter diventare genitori. Non è un caso se Boris, il lui della coppia, non riuscirà a riscattare i propri fallimenti neppure con la nuova compagna. Nauseante anche la figura della madre, nella quale si scava per scoprire i presupposti in base ai quali una donna arriva a rifiutarsi di allevare il figlio. Zhenya si è trovata incinta per disavventura. Il bivio era una madre insopportabile e detestata nella sua lucida follia e un uomo che non amava ma – attraverso quel bambino che sarebbe nato – le garantiva l’uscita dall’insoddisfacente quotidianità precedente. Nell’amore però un vuoto nuovo non compensa né migliora uno precedente e la donna si trova in preda al suo stesso fallimento.

lov

 L’esclusione fa male a qualsiasi età. Non è diversa la sorte che accompagna il piccolo Alyosha costretto a scappare da due genitori che non lo vogliono, dopo un pianto dirotto quanto drammatico, da quella che viene riservata al padre, amato dalla nuova compagna ma sotto scacco della sua colpa e della sua natura che non è quella di allevare un bambino. Destinato a ripetere gli stessi sbagli, imporrà il sapore amaro del rifiuto anche al piccolo che verrà alla luce dalla sua nuova unione. Non c’è via d’uscita al rifiuto. Non esiste una seconda opportunità che invece può accompagnare qualsiasi deficit psicologico e affettivo. Il bambino è l’eclisse in un mondo fatto impietosamente di odio in un contesto innaturale. la famiglia. Anche per questo Loveless ha un prezzo decisamente alto, ma merita di essere visto. L’attualità del tema, che supera i confini russi, lo rende estremamente doloroso quanto necessario per capire le dinamiche di una società alle prese con gli effetti di una forma di emarginazione alla quale nessuno può più sottrarsi. Almeno nel giudizio e nella presa di coscienza.

Tag: , , ,