images-1Una biglia rotola sulla strada. È il senso della storia politica, sociale e familiare. Le persecuzioni razziali  naziste e lo scoppio della guerra. La Francia dilaniata e contesa. Una coppia con due figli in fuga per evitare i lager. Joseph Joffo, protagonista nella vita delle vicende che ha poi raccontato in un volume pubblicato nel 1973, assiste oggi a 86 anni a Un sacchetto di biglie – uscito in Francia a gennaio 2017 e rifacimento di un’opera del ’75 dall’identico titolo – costruito da Christian Duguay sulla sua testimonianza letteraria e umana. Maurice e Joseph erano due fratelli che conducevano una vita rilassata. Il crollo della lavagnetta dalle mani aveva fatto capire a Joseph che la faccenda era davvero grave quando papà Roman disse che avrebbe dato loro un gruzzolo di soldi per mettersi in viaggio e riparare dove i nazisti non sarebbero potuti arrivare. Era una crociata verso sud nella zona non assoggettata a Hitler, dove era ancora possibile vivere da ebrei senza doversi nascondere. I genitori li avrebbero raggiunti a Nizza per restare insieme fino a una più regolare ripresa della quotidianità. E così effettivamente andò. Cronaca di un’odissea tra le pieghe dell’Olocausto in cui il coraggio non era limitato soltanto a sottrarsi agli artigli del persecutore ma anche a indovinare dove questi non sarebbe giunto e a lasciar credere a chiunque assistesse a quegli spostamenti che non si trattava di paura, fuga, terrore. Era l’ambizione di avere un futuro.

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La seconda guerra mondiale correva sul filo dell’angoscia e la Costa Azzurra era un melting pot di razze e nazionalità. di connivenze e di spiate. I due ragazzi dovevano evitarle tutte, dando a intendere che non ci fosse niente di drammatico o di traumatico dietro quel loro viaggiare. Lo spunto del road movie si innesta quindi su una cornice storica che ha avuto già ampissime versioni nel cinema recente e attuale. La chiave della grande fuga, già vista e apparsa in numerosi capitoli cinematografici nell’ambito del secondo conflitto mondiale, è avvolta in un racconto veritiero che rispecchia il caso di una famiglia, realmente vissuta. Un genere – il film di viaggio e di avventura – tipicamente postbellico si innesta su una tematica alla quale il grande schermo ha ampiamente fatto ricorso in una ricca varietà di sfumature, ora riflette un episodio non certo di finzione, come larga parte del cinema attuale sta facendo in un’epoca di evidente crisi creativa. Tuttavia i film ispirati a fatti accaduti nel passato a livello biografico o più incidentalmente solo aneddotico si moltiplicano. Solo per citare i più recenti si pensi ad Unbroken di Angelina Jolie e La signora dello zoo di Varsavia di Niki Caro, entrambi innestato sul tessuto drammatico degli anni Quaranta e sulla fuga. O Il palazzo del viceré di Gurinder Chadha, Vittoria e Abdul  di Stephen Frears, pure di ambito storico e La battaglia dei sessi di Valerie Faris e Jonathan Dayton di argomento sportivo. L’elenco è sterminato e potrebbe continuare con tutti i titoli biografici che evidentemente si richiamano a personaggi letterari e non solo.

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Un sacchetto di biglie è un film di grande suggestione e di immenso cuore, dal finale parzialmente lieto, che ripropone il dramma ebreo in una nazione – la Francia – dove l’eco delle persecuzioni ha avuto un andamento controverso che ha dilaniato il Paese lasciando una coscienza e una consapevolezza condivisa soltanto in tempi molto vicini. Il caso della famiglia Joffo che ha subito la perdita del padre è solo una delle innumerevoli storie che rievocano drammi familiari e sottolineano discordie interne spesso sottovalutate. Il libraio dove presta lavoro Joseph è infatti filonazista e detesta gli ebrei. L’attrito subliminale che ne nasce è solo paradigmatico nei confronti dei tanti che si succedettero in quei tristi anni, rappresentati nel film attraverso ricostruzioni attente. le riprese si sono svolte tra Nizza, Briga, Avignone e Marsiglia in Francia e tra Praga e Karlovy Vari nell’attuale Repubblica Ceca. La delicatezza della narrazione, priva di sequenze sanguinose e lesive della sensibilità, lo rende adatto anche a un pubblico adolescente per la sua caratteristica di essere raccontato quasi come se si trattasse di una favola dolceamara.

IL RETROSCENA - Le riprese di Un sacchetto di biglie, avvenute nel 2015, non hanno risparmiato curiosità. Tra queste spicca l’allestimento del set davanti al municipio di Nizza, dove è stato calato uno striscione con una svastica per simulare la sede del comando tedesco. Stupefatti e sbigottiti, i cittadini di passaggio hanno guardato con una certa diffidenza oltre a un innaturale stupore quella scenografia senza pensare lì per lì che si trattasse di un film. Tuttavia, sia il Comune sia la società di produzione avevano preventivamente avvisato i nizzardi attraverso Facebook. Ma il social non si deve essere rivelato così diffuso come spesso si è indotti a credere e in molti erano all’oscuro di quanto stesse per accadere, restando meravigliati per lo striscione nazista in tempo di pace e a così grande distanza da quel periodo storico, definitivamente archiviato.

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