5Il diabete cinematografico è una malattia pericolosa e contagiosa. Induce al pianto e si allarga a macchia d’olio da un viso all’altro della platea. Lacrime di una commozione che nasce per induzione. Gioco di finzione che non abbandona, nemmeno una volta riaccese le luci in sala. Il diabete cinematografico è patologia infida. Nulla di ciò che si vede è vero, ma è bello pensare che da qualche parte del mondo sia così. Poi la realtà, dura come un macigno e inevitabile come un destino senza appello, simula luci ammalianti e distorcenti. La vita diventa la favola che spesso non è. E il cuore corregge, con dosi di buonismo melenso, ciò che talvolta è trucco. Inganno. Simulazione. Invenzione. Wonder di Stephen Chbosky è un’overdose di glucosio e fruttosio natalizio. Manca soltanto la resurrezione della nonna, evocata in racconti commossi e nostalgici, perché tutti i sentimenti siano risvegliati in una par condicio, capace di far impallidire perfino il Demiurgo più salomonico. La galleria dei presenti non ha assenze di rilievo. C’è il bambino al quale è toccato il deficit di una malattia impietosa e il cane che mette tenerezza. Ci sono due genitori (Owen Wilson e Julia Roberts)  comprensivi e amorevoli come nessuno, nemmeno il più mite tra gli uomini e le donne. C’è la sorellina dolce. C’è il maestro dalla pelle nera, buono come il miglior precettore augurabile. C’è un preside equanime e giusto. C’è la compagna di classe altruista e priva di pregiudizi. C’è il ricordo di una nonnina (Sonia Braga) fin troppo rimpianta. E c’è un cattivo – il bulletto – perché è il minimo sindacale senza il quale il sapore zuccherino non risalta, pur nella sua preponderante misura. La trama è presto sintetizzata. Auggie, diminutivo americano di August, vive con un casco da astronauta sulla testa, perché è nato con una disfunzione genetica che gli ha deformato il volto. Cresciuto a lezione dalla mamma, viene iscritto al college per le medie inferiori e da qui nasce l’incontro con il mondo esterno, attraverso soddisfazioni e maltrattamenti. È l’incontro dolce amaro con la vita in ogni sua forma e il ragazzino ne uscirà tra onori e lacrime di gioia. Tra ottimi esempi e pessimi insegnamenti. Perché anche un film di buoni sentimenti non sempre va imitato.

PERCHÉ DISOBBEDIRE A “WONDER”. E IN CHE COSA

ALIMENTAZIONE DA INCUBO - Gli Stati Uniti non sono la patria di manicaretti raffinati e gastronomie sofisticate. Diciamo che hanno altri pregi. Ma i colori fosforescenti delle salse, i toast con pan carré dell’epoca di Tutankhamon, ripieni discutibili, succhi di frutta a tasso diabetico, latte nel cartoccio, vagoni di pop corn, hamburger di carne mista dalla dubbia provenienza e patatine fritte in olio da miliardi di ebollizioni mettono ansia, pensando che – nella maggior parte dei casi – sono pranzi distribuiti alla mensa scolastica. Insomma, pasti… Usa e getta. Ma se non usi è meglio.

I VESTITI DI JULIA ROBERTS - L’icona del glamour e indimenticabile Pretty woman, così come la donna che reagì a una delusione del cuore in Mangia, prega, ama è ridotta alla controfigura di se stessa. Sembra la bisnonna di Julia Roberts e invece è lei stessa. Proprio lei. In carne e, soprattutto, ossa. Scarpe indefinibili. Le tinte – vinaccia e blu – di alcuni vestiti sono sconcertanti e non meritano un defilé neppure alla casa di riposo. Gli abiti non avrebbero dignità di naftalina neanche nel baule in solaio della nonna che, o non li avrebbe comprati o, se glieli avessero regalati, li avrebbe regalati ai bisognosi. Nella seconda parte del film, Julia Fiona raddrizza il tiro ma ormai è tardi. Femminucce, anche se avete superato i 50, come la Roberts, non abbassate la guardia, please. Un tacco 12 e un abito elegante non guardano l’anagrafe.

Jacob Tremblay as "Auggie" in WONDER.

CASCHI DA PASSEGGIO - Ebbene, per chi non se ne fosse accorto, siamo in Occidente. Caschi e maschere piacciono, ma fino a un certo punto. E i cappelli non sempre donano. In breve, ci piace guardare – in faccia e non solo negli occhi – chi abbiamo di fronte. Halloween ha origini gaeliche cinquecentesche, prima di essere una festa esportata oltreoceano e dimenticata dal Vecchio Continente. Zucche e maschere dell’occulto nascondono i volti ma anche le colpe. Qualunque faccia è migliore di un suo occultamento, non a caso Auggie ne trae angoscianti sorprese. Sia quindi per gioco, per credo religioso o per natura, la testa resti scoperta. Sempre. Altrimenti è fuorilegge. Almeno in Occidente.

BOTTE AL BULLO - Diciamolo chiaramente, non si picchia nessuno. Ma altrettanto chiaramente diciamo che i bulli e la loro relativa violenza va rispedita al mittente. Anche a suon di botte, se necassario. E se vola qualche scapaccione o qualche spintone, alzi la mano chi non ne ha preso almeno uno in un corridoio scolastico. E allora, vogliamo forse stupirci e sanzionare con la sospensione per due giorni un ragazzo che ha picchiato un arrogante bulletto da strapazzo, reiterato colpevole di violenze psicologiche. Per di più portatore di handicap. Ben fatto e medaglia di riconoscimento, invece… sospensione. Allora, ripetiamolo. Non si aggredisce e non si picchia nessuno. Ma se all’occorrenza servissero due sane sberle e un paio di didattici calci nel sedere, benvenuti.  In fin dei conti, medesimo trattamento andava impartito a genitori del bulletto che se la sono cavati senza pena. Ingiustamente.

Daveed Diggs as "Mr.Browne" in WONDER. Photo by Dale Robinette.

DIFFIDATE, GENTE, DIFFIDATE - Generalizzare è peccato mortale. I neri non sono tutti buoni, come reclamizzato dal film e i bianchi non sono tutti cattivi. Naturalmente vale anche la relazione inversa. Eppure è di moda vestire l’uomo nero da filantropo (l’insegnante è comprensivo e confidente come nessun docente è mai stato per nessun alunno) e l’uomo bianco da cattivone (il preside sospende chi ha comunque difeso un amico più debole). A proposito di fuoriclasse del crimine, ricordiamo Madi Kabobo, l’uomo che nel 2013 ha ucciso a Milano tre passanti a colpi di piccone. Non era bianco. E Charles Manson, il probo viro che sterminò la moglie di Roman Polanski, incinta di otto mesi, e i suoi amici. Non era nero. Per fortuna nel film non ci sono omosessuali, altrimenti sarebbero sicuramente buoni e neri. Dai pregiudizi si salvi chi può. Diffidate, gente, diffidate. Di tutti.

EUTANASIA AL CANE - Daisy è un piccolo terrier dal cuore grande e dal sorriso amorevole. Muoveva la faccia per rispondere affermativamente o negativamente, ma il faro dei suoi pensieri era il cibo. Quattro zampe, tante leggi in meno e molta civiltà in più. Non ha avuto bisogno di maestri bianchi o neri, precettori saputelli per imparare a trattare tutti con lo stesso metro. Indipendentemente dalla faccia che avessero. Ebbene, al primo colpo di tosse finisce dal veterinario accompagnata dalla solita frase di circostanza. “Ha già una certa età”. E il guinzaglio tornò solo. Quanto tempo servirà per comprendere che è un reato uccidere un essere umano. E un cane è molto più umano di tanti umani, se consideriamo quanto l’uomo ha da apprendere dagli animali in generale e da Fido in particolare. Anche loro, insomma, hanno il diritto di morire in sacrosanta pace di Dio.

CARITÀ PELOSA - Auggie, lo sfortunato protagonista, viene premiato per aver insegnato a tutta la scuola i valori della bontà e del perdono. In realtà il piccolo non ha insegnato niente. Lentamente, gli altri – tutti gli altri – hanno imparato a trattare equamente anche il meno fortunato. Insomma Auggie non andava premiato per un merito che non ha, ma per quello che effettivamente ha raggiunto con le proprie forze, costruendo un apparecchio per la riproduzione cinematografica. Fa niente se poi funziona al contrario e gli spettatori ne ricavano una visione capovolta. Vediamo chi è stato capace di un egual prodigio a soli 11 anni. Ebbene, il ragazzino viene insignito per qualcosa di cui non ha merito. Ma l’orgoglio si ciba dei propri successi non del risarcimento compensativo di colpe che nessuno ha. La carità pelosa offende premiato e premianti.

ALTRUISMO VS NARCISISMO - Wonder è una favola. Moderna, ma una favola. Tuttavia, vuole dimostrare quanto la realtà sia talvolta simile alla fiabesca fantasia. L’amica della sorellina di Auggie, principessa fra le coetanee, ignora la coetanea con cui è cresciuta. La snobba. All’improvviso. Ma al momento della recita finale, inventa un malessere per cedere il proprio posto sulla ribalta proprio alla compagna del cuore. Ebbene, occorre tenere ben presente che questo idilliaco quadretto non esiste mai. Né nella realtà né al cinema. Il successo, se arriva, occorre guadagnarlo con le unghie e con i denti. Nessuno lo cede per affetto. Non credeteci. Ne restereste disillusi. E l’ustione è grave. Altro che zucchero.

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