bar1L’arte più nobile è dare felicità agli altri

 

L’invenzione del circo – termine che deriva dal latino circus, significa cerchio e indica la struttura circolare dell’arena – data in epoca romana. Nell’antichità vi si ospitavano gare equestri, ma anche passerelle di animali ammaestrati ed esibizioni di giocolieri. Dal Rinascimento in poi questa forma di spettacolo dal vivo divenne prerogativa dei Sinti, un’etnia nomade che utilizzava le bestie per attrarre gli spettatori e incassare qualche spicciolo. Ma la sterzata verso qualcosa di rivoluzionario avvenne a metà dell’Ottocento grazie a Phineas Taylor Barnum, un cognome che ancora oggi definisce il circo come un’accolita di stranezze, in una figura retorica inflazionata ma ben nota, come l’antonomasia. Ebbene il giovane Barnum, figlio di un sarto e innamoratosi – ricambiato – di Charity, altolocata rampolla dell’aristocrazia locale, s’inventa un museo delle cere che non riscuote successo. La coppia, divenuta presto una famigliola affiatata, è sull’orlo della miseria quando un’intuizione conquista la mente del protagonista. La trasformazione della sala in un teatro dove far esibire le creature più strane è la ricetta di un’affermazione sicura, alimentata dal  gusto bizzarro del pubblico di scoprire le deformazioni altrui. In pista approdano così nani e ballerine. Trapezisti e donne barbute. Giganti e body builder ante litteram. I “mostri”, insomma. O come li chiamavano gli Stati Uniti di allora, the freaks. Gente che non usciva di casa per la vergogna delle loro fattezze. E si tumulava tra quattro mura. Senza futuro. E senza nemmeno un presente. A tutti, quell’imprenditore ambizioso offrì un’opportunità che l’universo negava loro.

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The greatest showman di Michael Gracey è il racconto della vita di Barnum, attraverso i quadri di un musical. E una commozione che non è finzione, ma storia.  A ucciderla furono il rancore e il sesso. Il primo lo mise un’America fin troppo perbenista che vedeva in quella varia umanità i depositari della colpa e del peccato. Gli orrori da nascondere. Gli scherzi della natura. Il secondo fu la sirena del protagonista stesso che s’innamorò di una cantante famosa, reclutata per zittire le voci di quel popolino politically correct, che non voleva saperne di vedere sulla pedana del teatro una ciurma di quelli che un Ottocento ottuso e sprezzante riteneva soltanto rifiuti umani. Mostri veri contro mostri “mascherati” sotto le mentite spoglie di una morale comune che emargina i meno fortunati. La favola di Barnum crollò tra le fiamme di un incendio appiccato per far cessare quegli spettacoli così controversi, che avevano trovato nella critica giornalistica riscontri altrettanto severi. Il circo fu spento da quegli ardori di intolleranza e di rabbia al tempo stesso, mescolati all’alterigia delle banche, poco inclini a concedere prestiti a un uomo tanto bistrattato anche da suoceri snob e irridenti. I poteri economici, insomma, gli avevano voltato le spalle. Le fiamme dell’odio però non prevalsero. E fu il socio di Barnum a offrire la ciambella di salvataggio a un imprenditore mai domo che umilmente aveva rinnegato l’amore occasionale della cantante per ricongiungersi a moglie e figlie. Non gli fu più possibile ricostruire il teatro ma divenne invece realizzabile l’idea di ripristinare gli spettacoli sotto un tendone. Lo stesso che ancora oggi ospita i circhi in ogni angolo del mondo.

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Il film è dunque un ritratto abbastanza veritiero della vicenda umana e professionale di Phineas Taylor Barnum e ne rievoca le “gesta” professionali con un tocco di creatività e inventiva che talvolta si discosta dai fatti, come spesso è costume del cinema. Non trova molte conferme, ad esempio, la traccia dell’idillio del protagonista con l’artista lirica, ma il retrogusto del tradimento – si sa – ha sempre un fascino irrinunciabile sul grande schermo.  E forse, non soltanto lì. The greatest showman – titolo costruito sulla falsariga di quello coniato da Barnum per il suo spettacolo “The greatest show on earth” – è un poetico narrare la biografia di un personaggio, noto nel nome e nella fama, ma non altrettanto celebre per quella che fu la sua esistenza. Le musiche e i balli che ne intervallano l’andamento, lo rendono un musical ricco di costumi appariscenti, ricostruzioni suggestive e figure, appunto, da circo toccando le corde dei sentimenti, che lo rendono ideale e perfetto per solleticare il cuore e la commozione, senza tuttavia esagerare nella melassa. La spiegazione sta nel fatto che il regista è australiano e non americano quindi, pur appartenendo alla galassia anglosassone, sorvola sulle smancerie nelle quali forse un autore a stelle e strisce avrebbe rischiato di cadere. Tuttavia la trattazione è da film natalizio e un po’ di innocua glassa finisce per colare comunque su musiche e danze. Diciamo che non intossica. Dedicato a chi vuol uscire dai classici del musical per assistere a qualcosa di nuovo che probabilmente, alla fine dello sfruttamento cinematografico, continuerà il suo percorso a Broadway o nei teatri. Il tema e l’argomento si prestano, gli ingredienti necessari a una storia che sappia divertire e strappare una lacrima sono pronti a sedurre anche i cuori più freddi e i buoni sentimenti completano un quadro composto dalle varie stravaganze umane reclutate da Barnum. In fondo, furono la cifra che lo distinsero dagli altri circhi esistenti. Il rammarico sta proprio in quei personaggi collaterali, poco sviluppati e spesso relegati esclusivamente in una cornice di complementarietà. Uno studio più approfondito di quei caratteri e delle loro storie avrebbe potuto rivelarsi innovativo. Invece siamo un po’ alle solite. Cuore. Amore. E…

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