napFacciamo scendere un velo, non tutti sopportano la verità

 

Il rapporto tra verità e ossessione assume vari gradi di intensità ma tende a non scomparire mai del tutto. La conseguenza si chiama follia, lucida forse ma pur sempre tale. A questo punto però è vietato operare sillogismi e ridurre le frazioni ai minimi termini. La verità non è follia. E inseguire la prima non significa candidarsi al morbo della seconda. Il nesso fra questi tre personaggi è spesso determinato da illusioni. Fantasmi. Immaginazione. Arrovellate ricerche, nate per scoprire un mistero e inghiottite dal mistero stesso. Napoli velata di Ferzan Ozpetek, turco di nascita ma italiano di adozione, è un gioco di apparenze e simulazioni. Di doppi e angoscianti reminiscenze. Di traumi che riemergono e dinamiche che non si chiariscono. Di morti reali e altre soltanto apparenti. Adriana (Giovanna Mezzogiorno) vive l’angoscia di figlia che assiste al dramma del litigio in cui culmina la fine del matrimonio tra mamma e papà. L’uomo ucciso sulla soglia di casa da una donna stanca di tradimenti e angherie è il preambolo su cui il film si apre con lo spettatore ancora totalmente a digiuno di ciò che sta per accadere. Un altro omicidio sconvolge la pagine di vita quotidiana della protagonista che, ormai adulta, a una festa incontra uno sconosciuto per il quale perde la testa. Segue una notte di passione amorosa al termine della quale i due si danno appuntamento per la sera, a causa di un impegno di Andrea (Alessandro Borghi). All’orario e al luogo concordato quel nuovo amico non giungerà mai ma i due si incontreranno un’altra volta ancora. Adriana, isto-patologa, viene richiamata in ospedale per sostituire un collega ammalato e il primo caso che dovrà esaminare sarà quello di un uomo trovato senza vita. Sul tavolo di marmo Adriana riconoscerà il suo amante di una notte.

nap1

Il film prosegue con un’articolata trama sintetizzabile nell’ossessiva ricerca della verità da parte di Adriana che, improvvisamente, si trova faccia a faccia con un sosia di Andrea e scopre trattarsi del gemello. Realtà o illusione, il confine è labilissimo. Trattasi di fantasma, questo è certo. Lo scavo nel personaggio di Adriana riporta a galla il suo passato di bambina in relazione al suo presente di donna matura, mai guarita dalle tare familiari. Andrea, come il suo gemello, sono le rappresentazioni degli spettri maschili che affollano la mente e il cuore della protagonista, sospesa nel vuoto dei suoi rapporti con la controparte maschile. Resta infatti nubile, legata a rapporti incidentali più che occasionali. Trova un’unica sponda in uno zio che – guarda caso – muore d’infarto. È insomma sempre il cuore il motivo della sua sofferenza, la stessa che la proietta in un pomeriggio domenicale nell’imbuto dell’angosciante ricerca di cosa abbia determinato la morte di quel giovane che l’aveva sedotta al primo incontro. Un legame trasferitosi prestissimo dall’anima al corpo. Dal cuore al sesso. Per poi riportare Adriana nella cronosfera di sentimento e intelletto in una spasmodica caccia a una verità velata. Dove, non a caso è velata anche l’immagine di Cristo. La spiegazione la offre lo stesso Ozpetek in una delle scene iniziali dal fortissimo impatto, paradossale e metaforico al tempo stesso. Un uomo sul letto simula il parto. Si tratta di visioni quasi demoniache, totalmente avulse dal contesto narrativo, ma a loro modo esemplari. La morale è tirata da una delle ancelle a questa insolita “mater-paternità”.

nap2

“Facciamo scorrere un velo, non tutti sanno sopportare la verità” e una cortina scende improvvisamente a coprire l’immagine di quell’insolito travaglio in una suburra dove tutto è filtrato. Il senso è duplice e cioè rappresentare l’indisponibilità a osservare la realtà quando mostra un aspetto disgustoso, teorema che – applicato ad Adriana – equivale all’incubo patito da bambina, in cui fu proprio un uomo l’elemento scatenante della crisi. Quello stesso trauma che ora, da donna, si rifiuta di affrontare e – purtuttavia – continua a viverne ai margini. Il confine tra verità, ossessione e follia risulta dunque più fragile di quanto si pensi. Almeno secondo Ozpetek che sceglie un’attrice già avuta sul set ne La finestra di fronte (2003) in cui Giovanna Mezzogiorno era nuovamente una donna insoddisfatta della vita. Come Antonia (Margherita Buy) de Le fate ignoranti. Concretezza e astrattezza, ovvero sesso e sentimento che equivalgono alla realtà e ai suoi fantasmi e si mescolano fino a diventare il cemento che tiene unito un film, destinato ad apparire per molti versi disordinato e frammentario. Poco chiaro e disarticolato. Napoli è velata e non ha nulla in comune con Gomorra o la città della camorra di  Ammore e malavita. È un velo e poco altro in più. Volerne distinguere i contorni del giallo, l’atmosfera del brivido e la pruderie di un playboy e dei corpi nudi dei protagonisti significa restare in superficie, derubricando l’intera opera a un malriuscito film commerciale che non appaga né i sensi né la suspense.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , , ,